
Il rifiuto della diversità…
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In questi giorni la rete ferve per via del caso del bambino autistico trattato male ed escluso da parte del personale incaricato, nell’ambito di un’iniziativa per l’infanzia promossa da un grande gruppo commerciale. Commenti di tutti i generi riempiono i forum dedicati alla protesta pubblica attuata dalla madre del bimbo. Nell'esprimere la piena solidarietà al bambino e alla mamma, va premesso che, come ci dice il web, l’azienda interessata ha già preso le dovute distanze dall’accaduto ed ha contattato la signora per cercare di rimediare allo spiacevole episodio.
Forse è il caso di analizzare più a fondo le ragioni di questo fatto.
Se, come sostengo sempre, la filosofia è davvero coscienza e spiegazione del mondo, è possibile procedere ad una lettura più approfondita di questo genere di cose.1
Senza andare troppo indietro nel tempo, alla ricerca del retaggio occidentale costituito dalla logica aristotelica dell’identità e non contraddizione, andrei a trovare le radici di simili comportamenti proprio nella caduta dei valori di riferimento che, purtroppo, caratterizza sempre di più la preoccupante deriva della società contemporanea. Il rispetto della persona e della vita è ridotto a nulla. Ciò che conta davvero è apparire ed avere, sopra tutto e tutti. Se leggiamo il caso alla luce di questa prospettiva, possiamo comprendere meglio l’inquietante origine di certe forme di esclusione e di mancato rispetto, anche nei confronti dell’infanzia in condizioni di difficoltà. Non conta dunque la persona, ma il suo ruolo sociale e il suo modo di apparire. Conta molto l’efficienza e la rapidità del fare, perché il tempo è denaro. Ecco che non c’è riconoscimento per chi è lento, poco efficace nelle azioni, diverso rispetto ai modelli esteriori, elevati a canoni cui ispirare i comportamenti. Un bambino con difficoltà, evidentemente diverso, rappresenta proprio quel potenziale adulto anormale, lento, inefficace, soccombente, capace un giorno di intralciare la veloce corsa di una società dei consumi, che cerca spasmodicamente le luci della ribalta e non la cura della dimensione interiore. La spiegazione di questo, come di molti altri casi, va ricercata nel culto dei disvalori che caratterizza il nostro tempo. In questo modo, purtroppo, l’umanità si ritrova sempre più immersa nel relativismo e sempre più incapace di uscire dalle spire del nulla. Quando i disvalori sostituiscono surrettiziamente il quadro valoriale di riferimento, il nichilismo ha strada facile per la contaminazione dell’io…
Trovo ciò che ho scritto straordinariamente calzante per questa riflessione: “Non si va alla ricerca del Vero, ma si vive assolutizzando i criteri di utilità. Non si punta (…) alla ricerca del senso, ma al creativo porre, formare, plasmare, vincere, volere. Non si tratta di cercare o di scoprire, ma di porre (…). E’ vero ciò che è utile, piacevole, eccitante, ciò che (…) incrementa la vita sulla terra. (…) Il giudizio di fatto è assimilato al giudizio di valore (…). (…) I giudizi devono dimostrare (…) la loro utilità (…); essi devono essere provati non rispetto alla loro Verità, ma rispetto alla loro mera operatività nei confronti delle esperienze della vita."2
Riuscirà una ragione ormai emarginata e ridotta ai minimi termini a riprendere il timone della nave per guidare le scelte dell’umanità verso un’esistenza mondana più civile e vivibile per tutti?
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Roberto Rossolini
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1 Nichilismo, eterna lotta fra ragione e arbitrio, Editore L’Orecchio di Van Gogh, 2006,
ISBN 88-87487-39-1, cap. IX
2 Nichilismo, eterna lotta fra ragione e arbitrio, Editore L’Orecchio di Van Gogh, 2006,
ISBN 88-87487-39-1, pag. 23.
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