Il “frizzante” commento di Francesca sull’angoscia umana di fronte al tema della morte mi chiama ad approfondire alcuni contorni della questione, in relazione al significato che essa assume nel mondo giovanile.
Ogni lunedì ci troviamo a fare i conti con le tragiche notizie delle giovani vite spezzate dagli assurdi, quanto inaccettabili, incidenti stradali del week-end. La cosiddetta comunità civile appare sempre più soprappensiero, nel ricevere simili scossoni. Non c’è bisogno di andare a leggere le statistiche per sapere che la popolazione in età compresa fra i 14 e i 29 anni è fortemente esposta al rischio “stragi del sabato sera”, a causa di comportamenti imprudenti ed avventati sulle strade.
E’ chiaro, quindi, che il fenomeno necessita di un’azione più efficace sul versante della prevenzione.
Se consideriamo la fascia d’età giovanile 18-29 anni, così come normalmente la classifichiamo nel campo del sociale, ci troviamo davanti un fattore capace, se incontrollato, di vanificare ogni sforzo informativo.
La tutela della vita è senz’altro un valore, ma se il soggetto ha una percezione falsata della soglia oltre la quale la vita stessa è in pericolo, viene meno ogni azione regolativa del comportamento. Se non ci sono, a monte, esempi corretti e stimoli educativi adeguati fin dalla seconda infanzia e dalla pre-adolescenza, sarà impossibile interiorizzare, in tempi brevi, schemi comportamentali equilibrati, quando la personalità si è già strutturata.
Nel giovane si forma, così, una distorta coscienza della propria vulnerabilità.
Il vigore fisico dell’età, la prorompente voglia di dominare il mondo e le situazioni, non fanno che spingere verso l’alto la soglia della percezione del rischio effettivo. Se non ci si considera soggetti potenzialmente a rischio di perdere la vita, si continuerà a sfidare la sorte, per sentirsi vivi e padroni incontrastati del proprio destino.
Questo strisciante senso di onnipotenza rischia di condurre il giovane sull’orlo del disastro, senza che egli sia in grado di percepirne la portata. Molto dipende dal grado di controllo che il soggetto pensa di poter esercitare sul proprio destino. Se il giovane si è costruito, in età evolutiva, un’adeguata consapevolezza dell’effettiva incidenza che è possibile avere sulla propria sorte, sarà in grado di gestire e di contenere l’esuberanza e l’intemperanza nelle varie situazioni. Se, al contrario, gli esempi e gli stimoli educativi non sono stati in grado di sviluppare, nel tempo, questa coscienza di sé, sarà facile attribuire al caso e alla fortuna ogni situazione relativa alla propria esistenza personale. Questo atteggiamento fatalistico porta ad un allentamento del controllo sui comportamenti e alla fiducia incondizionata nel vigore delle proprie capacità psico-fisiche.
La società attuale e la tv, purtroppo, non fanno che alimentare il fatale senso di onnipotenza.
La morte violenta è banalizzata e resa una specie di farsa da avanspettacolo. Le automobili sfrecciano ad altissima velocità, aggressive ed accattivanti, guidate da eroi pressoché immortali! In un contesto del genere, tutti i peggiori e inammissibili comportamenti stradali appaiono come prove esaltanti di coraggio e di fierezza, in una sorta di arena dove la morte non fa affatto paura, anzi, viene derisa e sfidata come qualcosa di etereo e di inconsistente.
Tutto ciò spinge i giovani ad emulare una simile vita avventurosa, all’insegna del divertimento ad ogni costo e delle sensazioni forti, in una sfida continua con se stessi.
Ad aggravare il quadro si aggiunge una teoria neuropsichiatrica secondo la quale dietro le “stragi del sabato sera” si nasconderebbe un’inquietante tendenza giovanile al suicidio e quindi all’autodistruzione. Sempre con questa chiave di lettura viene interpretato l’uso e l’abuso di alcol, di sostanze e di farmaci.
Purtroppo questi elementi sono reali e concorrono a determinare una situazione generale sconfortante.
Tuttavia, da pedagogista, ritengo che lo sviluppo umano sia il frutto di un complesso equilibrio di fattori endogeni ed esogeni.
Vedo la funzione educativa come uno straordinario strumento per decifrare il mondo circostante, capace di costruire, nel tempo, stimolando la motivazione, una personalità armonica e stabile, che sappia davvero tenere il valore della vita al di sopra delle illusioni di onnipotenza.
Occorre, dunque, una prevenzione fatta di educazione e di corretta informazione, in grado di aiutare i giovani, fin dall’infanzia, a classificare come sbagliati certi comportamenti ed a condannare come falsi determinati messaggi.
Di fronte agli stimoli distorti della tv e della società in generale, dobbiamo tutti avere il coraggio di accompagnare i nostri figli nel cammino verso la consapevolezza degli inganni e delle lusinghe che l’ambiente è capace di proporre quotidianamente.
Quanto più ampia sarà la riprovazione del mondo degli adulti nei confronti dei fattori esogeni negativi, tanto maggiori saranno le reali opportunità offerte ai giovani affinché imparino a controllare le pulsioni e a costruire un’esistenza equilibrata ed umanamente vissuta.
Roberto Rossolini
Il mondo degli adulti ha il dovere di aiutare i giovani
a comprendere gli inganni di certi modelli televisivi.

Il contributo di Vanessa, in calce all’articolo “Un caso clinico, le complicanze dell’azione educativa”, offre uno spunto interessante per approfondire il problema della famiglia contemporanea e la delicata questione della sua incidenza sull’educazione dei giovani. Lo sfogo di questa insegnante della scuola primaria è stato raccolto e positivamente rafforzato dall’ulteriore commento di Andrea, che, con il suo realismo, accentua maggiormente la tragicità delle conseguenze legate alla deriva della famiglia.
Queste carenze educative, in verità, sono già state affrontate in questo sito (ad esempio, cfr. “Per prevenire devianza e bullismo, una figura adulta non omissiva” ed altri). Tuttavia, l’interrogativo di Vanessa merita un’ulteriore riflessione: “Ma se la famiglia fosse portatrice di tale distorsione, anteponendo tutto il resto all’impegno scolastico?” Il rapporto di causa-effetto tra bambini o ragazzi problematici e il progressivo disfacimento delle famiglie è ormai evidente. L’impatto di questa instabilità è dirompente sull’armonia dello sviluppo affettivo dei figli. Le profonde trasformazioni familiari e sociali legate al progresso e all’evoluzione tecnologica hanno favorito negli adulti l’illusione di poter delegare all’esterno, a seconda delle necessità, fondamentali funzioni educative proprie della famiglia. Questa sorta di strisciante “deresponsabilizzazione” porta a credere che i meccanismi di protezione sociale possano in qualche modo sostituire quella sicurezza affettiva indispensabile per una crescita armonica ed equilibrata dei giovani. Il moderno stile di vita, sempre più attento alla realizzazione personale e all'individualismo, rischia di portare ad uno spostamento delle priorità, non sempre a favore dell’educazione dei figli. Oggi la famiglia non è più in grado di mantenere il suo carattere di unità e spesso cede alle lusinghe di una società dei consumi, pronta a gestire ogni dimensione personale ed ogni aspetto del tempo libero. La famiglia incontra molte difficoltà nel trovare la giusta armonia temporale domestica e un’equilibrata gestione delle dinamiche affettive e relazionali. Ai giovani non riesce a trasmettere la giusta valenza dell’impegno lavorativo e spesso il denaro diventa un feticcio, più che uno strumento. L’apprezzare le persone in base al livello economico e al successo che hanno raggiunto produce la pericolosa distorsione evocata da Vanessa. Altre priorità hanno il sopravvento sull’impegno scolastico e la scuola stessa appare priva di prospettive interessanti per il futuro. Figure adulte dal carattere omissivo, un esempio di vita orientato ai disvalori, il sempre più diffuso disfacimento della famiglia (separazioni e divorzi in continua crescita), hanno effetti dirompenti sulle nuove generazioni. “(…) Come si può rieducare la famiglia, quando è causa della disaffezione?” Il significato di quest’ultima domanda della gentile interlocutrice è ripreso da Andrea, che sottolinea con forza la definitiva rottura della continuità educativa fra scuola e famiglia. Quest’ultima può compiere passi avanti nel recupero del proprio ruolo solo se acquista consapevolezza che non può più derogare ai propri doveri, che non può delegare all’esterno le funzioni genitoriali, che non può evitare i conflitti facendosi da parte, spianando la strada al passaggio dei figli e comunicando, così, un messaggio contrastante con quello della scuola.
Dunque, la risposta agli interrogativi di Vanessa ed Andrea è ardua e complessa. Di fronte alle gravi e quotidiane degenerazioni dei comportamenti giovanili, la speranza è che il mondo degli adulti sia davvero capace di prendere coscienza delle proprie omissioni, cominciando il difficile cammino a ritroso verso la ricostruzione del proprio ruolo educativo per il futuro delle nuove generazioni.
Nel sociale e nelle politiche giovanili, chiamiamo “sostegno alle funzioni genitoriali” la progettazione, sul territorio, di interventi mirati agli obiettivi prioritari stabiliti dall’art. 16 della Legge 328/2000. Cerchiamo, cioè, di promuovere: politiche di conciliazione tra il tempo di lavoro e il tempo di cura dei minori;
servizi formativi ed informativi di sostegno alla genitorialità;
prestazioni di aiuto e sostegno domiciliare;
servizi di sollievo e di supporto nella responsabilità di cura della famiglia;
servizi per l’affido familiare, per sostenere con qualificati interventi e percorsi formativi i compiti educativi.
In questo modo tentiamo di aiutare la famiglia di oggi a riconquistare il terreno perduto, nella consapevolezza che solo una genitorialità responsabile del proprio ruolo è capace di ritrovare quella continuità educativa con la scuola, che Andrea, giustamente, definisce perduta.
Roberto Rossolini
La speranza è che la famiglia trovi la forza di riconquistare le proprie funzioni educative.

A proposito delle peculiarità dell’azione educativa rimando al menù “Pubblicazioni”, “Altre pubblicazioni”, “Articoli e varie”, “Scuola e didattica”.
Difatti, richiamo volentieri la mia definizione sulla paradossalità dell’azione educativa, allo scopo di esplicitare un caso concreto di “routine negativa”.
Prendiamo, ad esempio, un’Istituzione educativa Statale che ospita adolescenti fra i 14 e i 18 anni, nella quale gli Educatori, animati dalle migliori intenzioni, di fronte ai primi risultati scolastici degli alunni convittori, usano intervenire da tempo ormai immemorabile aumentando il tempo di studio obbligatorio nei confronti dei ragazzi che presentano un profitto carente.
Ci sono, purtroppo, delle complicanze. Alla base dell’andamento negativo si annida una scarsa motivazione di fondo ed il provvedimento relativo allo studio è percepito dai convittori, non come un’opportunità per rimediare alle carenze, ma come una punizione. A nulla servono chiarimenti o spiegazioni, perché i ragazzi, già svogliati e demotivati, interiorizzano lo studio aggiuntivo come esclusivamente punitivo. L’esperienza, ormai ultradecennale, dimostra che, date le premesse, il provvedimento è pressoché ininfluente. Mai lo studio aggiuntivo, comunque articolato, in tutte le sue varianti, ha prodotto risultati. S’innesca cioè una routine negativa su entrambi i versanti, quello degli Educatori e quello degli alunni convittori. Gli Educatori, di fronte all’ostinazione dei ragazzi, insistono nel riproporre sempre la stessa “minestra”, nella speranza di ottenere, con il tempo e con la costanza, qualche risultato positivo. Gli alunni, che già si pongono di fronte alla scuola senza aspettative e senza consapevolezza delle autentiche priorità per il loro futuro, vivono la situazione come punitiva e quindi si arroccano sempre più in un atteggiamento apatico e inconcludente.
In pratica gli “scaldatori di sedie” restano tali anche durante lo studio aggiuntivo. In questo caso dov’è l’errore pedagogico?
Lo studio è un fatto di per sé positivo, ma è percepito negativamente dai ragazzi bisognosi di recupero. Il messaggio distorto che passa è che lo studio serve a punire e non ad arricchire se stessi, creando migliori condizioni per il futuro. Accertato che un’opportunità positiva viene vissuta come un mero strumento punitivo, è sbagliato persistere nell’utilizzare l’ulteriore obbligo di studio come rimedio allo scarso impegno scolastico, perché questo rafforza il messaggio distorto sul suo effettivo valore. In sostanza, qualcosa di positivo e di importante non può mai essere una punizione. Intanto, però, la routine negativa si autoalimenta, anno scolastico dopo anno scolastico, perché non si riesce ad interromperla, trovando una soddisfacente via alternativa. Il dovere di fare qualcosa da parte degli stessi Educatori consolida questa consuetudine: di fronte alle famiglie si può dimostrare di essere intervenuti tempestivamente ecc. ecc.
Ma allora questa routine è destinata ad autoalimentarsi all’infinito?
Va detto che, in pedagogia, sempre richiamando il mio articolo scaricabile alla pagina “Altre pubblicazioni”, non esistono bacchette magiche, perché non siamo nel campo delle scienze esatte ed i risultati appaiono spesso aleatori. Tuttavia, bisognerebbe partire dalle applicazioni che davvero stanno a cuore a questi ragazzi. Esse sono, purtroppo, le playstations ed i computers (in un utilizzo malauguratamente vuoto ed effimero, ma su questa inconsistenza del tempo dei giovani rimando all’apposito approfondimento “Luoghi e non luoghi del mondo giovanile - Il tempo senza significato”).
Il messaggio, allora, potrebbe essere diverso. Nella vita ci sono delle fondamentali regole che non possono essere disattese. Dato che è accertato il fatto che non state facendo il vostro dovere di studenti e che a nulla servono i continui richiami ad un comportamento più responsabile, siamo costretti a sanzionarvi attraverso la privazione delle attività ricreative con le playstations e con i computers, fino a quando non dimostrerete un maggiore impegno nello studio, che rappresenta il motivo per cui siete qui e la condizione essenziale per il vostro futuro. In questo caso si correggerebbe la distorsione educativa che alimenta il messaggio di rafforzamento della delegittimazione nei confronti dello studio e, allo stesso tempo, sarebbe più chiara la consapevolezza di subire una spiacevole conseguenza per aver fatto qualcosa di sbagliato. Nel contempo, andrebbe incrementato il rapporto con le famiglie (che, purtroppo, il consolidato automatismo dello studio aggiuntivo tende spesso a disincentivare e a limitare ai rari momenti istituzionalmente previsti). Il contattare i genitori, anche ufficialmente e per iscritto, da parte del Dirigente scolastico, favorirebbe la consapevolezza da parte dei ragazzi che non possono più continuare con quel comportamento, perché nella vita il venir meno alle proprie responsabilità produce sempre e inevitabilmente conseguenze negative per sé e per gli altri.
In conclusione, le complicanze dell’azione educativa sono sempre in agguato, pronte a trasformare le migliori intenzioni in routine negative da evitare. Non esistono bacchette magiche che possano scongiurare questo pericolo. Il pedagogista, tuttavia, può suggerire al pedagogo tre principi fondamentali cui ispirarsi: sapersi mettere continuamente in gioco e in discussione, garantire sempre la flessibilità del metodo, sforzarsi di mantenere e di ripristinare, quando necessario, la corretta gestione delle dinamiche relazionali con i ragazzi, sapendo che ogni degenerazione di questo delicato equilibrio può avere devastanti conseguenze sull’andamento della stessa azione educativa.
Roberto Rossolini
Il disimpegno scolastico degli adolescenti spesso porta con sé una scarsa considerazione del valore dello studio.


La società possiede, nella valorizzazione della scuola pubblica, l’unica risorsa per costruire i presupposti del suo futuro.
In questi ultimi frangenti la scuola è al centro delle attenzioni per il fenomeno dei video diffusi in rete attraverso i soliti telefonini. Questi “cortometraggi” mostrano squarci di vita scolastica non certo confortanti. L’elenco è presto fatto: gravissimo episodio dell’alunno portatore di handicap (non è il caso di aprire in questo momento una discussione sull’abitudine di aggirare queste parole con il vago appellativo “diversamente abile”), picchiato dai compagni di classe, in assenza dell’insegnante; svariate riprese di classi in cui i docenti non riescono a contenere gli atteggiamenti trasgressivi e irrispettosi degli alunni;
episodio dell’insegnante che, entrando in classe e trovando un alunno chiuso nell’armadio, ha perso le staffe aggredendo fisicamente il colpevole della bravata e così via.
E’ chiaro che la scuola resta al centro di questo turbine dionisiaco di attenzione mediatica, di aspettative negate e di intromissioni arbitrarie.
Ripeto, in diverse occasioni, che i “tuttologi” sono sempre da evitare. Tuttavia assistiamo ad un fenomeno particolare. Mentre noi addetti ai lavori ci guardiamo bene dall’entrare saccentemente in campi a noi estranei, gli altri amano coltivare il vezzo di avere voce in capitolo nel mondo della scuola e dell’educazione.
Di recente, ad un convegno, ho ascoltato con una certa insofferenza l’intervento di un’operatrice di una Cooperativa sociale che sparava valutazioni e giudizi sulla scuola, a mio giudizio senza cognizione di causa.
Posso fare, riappropriandomi dell’argomento, alcune riflessioni sul tema.
Non mi soffermo sull’insegnante che si è assentata arbitrariamente dalla classe dove è stato picchiato l’alunno svantaggiato, sul professore che ha perso il controllo nei confronti dell’alunno provocatore o sul docente che si è presentato in aula vestito da donna, contribuendo così alla delegittimazione dell’Istituzione scolastica, perché questi fatti sono ascrivibili alla sfera della responsabilità personale di chi pone in essere simili comportamenti.
Penso che nessuno potrà affermare che la propria categoria è priva di pecore nere!
Mi capita spesso di affrontare la questione della professione docente come lavoro intellettuale usurante e, quella, collaterale, dei criteri di reclutamento (cfr. menù “docenze”). Ma, senza parlare di questo, punterei sulla voglia di protagonismo negativo che spinge i giovani a fare un uso distorto dei telefonini e della rete.
Il problema è sempre davanti a noi: distruzione di tutti i valori di riferimento e culto dell’apparire come legittimazione stessa dell’esistere. Il mondo si è pericolosamente capovolto. Cartesio affermava “Cogito ergo sum”, la società di oggi dice “Appaio dunque sono!” Di conseguenza i giovani hanno spasmodicamente bisogno di affermare la loro voglia di protagonismo attraverso i telefonini e la rete, perché solo così, comparendo in internet, sarà possibile legittimare la loro esistenza mondana. Questo vuoto interiore è molto grave, ma la società attuale non sembra coglierne pienamente la portata.
Il pericolo, dunque, viene da fuori e si manifesta nella scuola come principale luogo di aggregazione dei giovani.
I contenuti che gli adulti riversano ogni giorno sull’infanzia e l’adolescenza finiscono per avere la propria manifestazione fenomenica fra le mura scolastiche. La scuola, in sostanza, è lo specchio della società. In essa troviamo le giovani generazioni che il mondo degli adulti sta forgiando. Difatti, chi, come me, opera nel settore ormai da molti anni può dire di aver visto nel tempo un decadimento della personalità giovanile sotto ogni profilo ed un aumento considerevole delle problematiche comportamentali.
Questa società, dunque, anziché trasformare la scuola nel capro espiatorio delle sue colpe, dovrebbe valorizzare al massimo questa sua risorsa, come serio investimento per gli anni a venire.
Non resta che appellarsi al concetto già espresso da Platone, per il quale il futuro di ogni civiltà è nei suoi bambini, sempre che gli adulti siano davvero disposti a comprendere le drammatiche conseguenze di una società che non riesce a costruire, attraverso l’educazione dei giovani e la difesa della scuola pubblica, i presupposti per il suo avvenire.
Roberto Rossolini

L’attuale società consumistica porta alla spersonalizzazione delle giovani generazioni.
Una volta, ci raccontano le persone anziane, se si veniva puniti dall’insegnante per qualche mancanza, i genitori, a casa, raddoppiavano la dose, schierandosi senza esitazione dalla parte della scuola. Non solo. Se in gruppo ci si comportava male nella vita quotidiana, tutte le figure adulte, anche estranee, intervenivano per sottolineare la scorrettezza di quelle azioni. Nel passato, dunque, al di là dell’inaccettabilità delle punizioni corporali, la società nel suo insieme dava ai giovani la precisa consapevolezza del limite e l’esatta percezione che, contravvenendo all’insieme delle regole della convivenza civile, si andava incontro a determinate sanzioni comminate dal sistema sociale nel suo complesso. E’ chiaro che, nella modernità, quel metodo autoritario appare improponibile per i suoi limiti. Occorre sottolineare, però, come il ruolo educativo del mondo degli adulti si sia pericolosamente affievolito, fino a caratterizzarsi addirittura come omissivo. Oggi gli adulti spesso si mostrano ai giovani come disinteressati o assenti. E’ chiaro che la società attuale è molto cambiata rispetto al passato. Le famiglie hanno problemi che un tempo non esistevano neppure nella fantasia. Lo stile ed i ritmi di vita sono mutati radicalmente. Tutto questo comporta maggiori difficoltà ad esercitare fino in fondo la funzione genitoriale. Tuttavia c’è da dire che è cambiato il contesto sociale, ma non il sacrosanto dovere di educare i figli. Purtroppo registriamo una pericolosa tendenza degli adulti a derogare alle proprie funzioni educative, sacrificate sull’altare delle necessità e delle esigenze del nostro tempo. Un’indagine Ipsos del febbraio 2005 rivela che il 70% degli italiani valuta i genitori troppo permissivi ed eccessivamente protettivi nei confronti dei figli. Dunque, non sono solo gli anziani ad invocare un maggior rigore nella pratica educativa, perché la percezione della perdita di incisività da parte degli adulti è ormai diffusa. I genitori appaiono poco autorevoli, pressoché incapaci di proporre e, se necessario, di imporre modelli positivi e valori di riferimento. Tutto questo in un contesto in cui i figli rimangono dipendenti dalla famiglia molto più a lungo rispetto al passato. Di fronte alla sfida quotidiana di mettersi in gioco, anche affrontando estenuanti contrasti, allo scopo di indirizzare il cammino evolutivo dei figli, si tende a scegliere la strada più comoda e sbrigativa dell’aggirare le situazioni difficili, evitando il più possibile i conflitti. Occorre, invece, che i genitori ritrovino il coraggio di spegnere una televisione che trasmette programmi diseducativi, di interrompere collegamenti ad internet deleteri ed inopportuni, di contenere usi impropri degli strumenti multimediali in genere e così via.
La figura adulta deve quindi compiere lo sforzo di recuperare il suo ruolo di giuda nei confronti dell’infanzia e dell’adolescenza, nella consapevolezza che non è possibile derogare a questa funzione senza venir meno ad un preciso dovere.
Solo il recupero di una figura adulta non omissiva può davvero aiutare i giovani nell’arduo cammino della vita.
Tutto ciò è difficile, in un contesto sociale dove ogni principio di autorità subisce continue delegittimazioni, dove i modelli della pubblicità e della televisione esaltano spasmodicamente la bramosia dei consumi. In controtendenza, ci sarebbe bisogno di genitori determinati a far valere i propri principi, rinunciando alla più facile strada del semplice atteggiamento amichevole nei confronti dei figli, anche a costo di qualche sacrificio personale.
L’annullamento dell’asimmetria di rapporto tra educatore ed educando, ammonisce la pedagogia, rischia di compromettere definitivamente l’efficacia di ogni azione educativa.
Purtroppo l’atteggiamento omissivo rappresenta, oggi, una tendenza consolidata e, nel contempo, una gravissima responsabilità nei confronti delle generazioni future.
Roberto Rossolini

Nella discussione e nel confronto dei ragionamenti si esprimono i diversi approcci e le differenze fra le strutture logiche del pensiero.
Di recente, in Istituto, discutendo peripateticamente con un collega, anche lui abilitato in filosofia, mi è capitato di riflettere sul rapporto fra logica e prassi.
Parto, anche in questo caso, dalla tesi di fondo del mio libro, che include, fra le altre questioni, il problema della filosofia e del suo ruolo nella società attuale: “Ciò che manca, a mio avviso, è filosofia, nel senso che viene meno la tensione ideale in grado di guidare il cammino del mondo. (…) La ragione dorme e il nichilismo imperversa al venir meno della filosofia”. 1
Nel nostro tempo, la negazione attuata dalla forza dell’immediato vuole l’annientamento di tutti gli ostacoli che la ragione oppone al proliferare dell’effimero. Per questo è importante conservare quanto di ragionevole resiste al passaggio del nulla. Dietro atti ragionevoli c’è sempre una filosofia, una tensione ideale che guida scelte e comportamenti. Chi vive affidandosi alla ragione anziché al nichilismo esprime una visione del mondo e un universo valoriale di riferimento. In questo contesto è riscontrabile l’effetto di due logiche contrapposte: quella aristotelica dell’identità e non contraddizione e quella hegeliana della dinamica tesi-antitesi-sintesi. Ciò comporta approcci diversi nei confronti della realtà e dei problemi.
Nella vita quotidiana possiamo trovare esempi pratici di questa contrapposizione.
Vediamo come.
Il nostro mondo è tutt’altro che conciliato, tanto che emergono spesso conflitti e divergenze di varia natura. Di fronte a queste situazioni gli “aristotelici”, vedi il mio collega di cui sopra, si mettono sulla difensiva e iniziano ad articolare ragionamenti volti all’eliminazione delle antitesi, nel tentativo di ripristinare l’identità e la non contraddizione delle idee. Questa logica, infatti, tende a vedere come una minaccia ogni antitesi potenzialmente portatrice di cambiamenti repentini e di turbamenti del quieto susseguirsi dei ragionamenti. E’ valutato come positivo tutto ciò che procede uguale a se stesso e che non produce conflitti nella successione dei concetti. Appena si percepisce la possibile minaccia di un’antitesi si cerca di disinnescarla attraverso l’introduzione di “idee antidoto” in grado di limitarne la portata. Mi sembra di notare, però, che a questo pensiero sfuggano, a volte, le effettive implicazioni della realtà. In altre parole, spesso la molteplicità del particolare tende a sfuggire al suo universale. Ritengo quindi che, dal punto di vista gnoseologico, emerga questo limite. Difatti il mio collega solo recentemente ha preso coscienza di certe situazioni spiacevoli e di determinate dinamiche relazionali negative presenti nel nostro ambiente lavorativo. La sua logica, classificando come dirompenti simili vicende, cercava in tutti i modi di espungerle dalla sfera del ragionamento, non riuscendo a riconoscerle come concrete e reali.
Chi predilige, invece, la logica hegeliana (come nel mio caso, pur essendo per molti versi anche convinto assertore del sistema kantiano), mi sembra che abbia in molti casi una visione più concreta del mondo, in cui all’universale del pensiero non sfugge l’effettiva portata degli eventi e le molteplici implicazioni del reale.
Ritengo che la spiegazione vada ricercata nel fatto che nella logica hegeliana l’universale implica il particolare in un processo dinamico in cui “(…) il concreto è un cum-crescere, cioè un crescere con il tutto, è compartecipazione al tutto. Il concreto quindi come implicito nel tutto. L'universale implica il particolare e il particolare l'universale” .2
In questo modo il pensiero sembra dominare meglio la molteplicità e la complessità del reale, perché entrambi “cum-crescono” nel processo dinamico della conoscenza. Tuttavia, come il mio libro cerca di evidenziare, ritengo che sia fuori discussione la validità del sistema kantiano, nella sua architettura basata sulla distinzione tra fenomeno e noumeno, perché trovo che questa interpretazione colga fino in fondo la drammatica condizione dell’uomo, lacerato e dualizzato, coinvolto fino in fondo nel mondo dei fenomeni, ma con lo sguardo rivolto a quello dei noumeni. Ricordo di aver studiato, ai tempi dell’Università, l’interessante tesi dei sistemi filosofici come coscienza del proprio tempo. A tale proposito la filosofia di Kant esprimeva pienamente la condizione della borghesia tedesca dell’epoca, ricca e riconosciuta dal punto di vista sociale, ma frustrata e non realizzata a livello politico.
L’uomo del nostro tempo, deprivato del senso del proprio limite, dominato e obnubilato dalla sua stessa volontà di potenza, non è meno lacerato di quello settecentesco, ai tempi di Kant.
Per questo vorremmo che: “ (…) l'uomo kantianamente inteso possa prendere coscienza della sua finitezza, legata alla mondanità, mantenendo viva la tensione ideale che lo affranca dal nichilismo (…). La nostra conoscenza non può andare oltre il mondo dei fenomeni. A questa consapevolezza spetta il compito di frenare la volontà di potenza che spinge l’uomo sul baratro di ogni genere di atrocità. Solo la ragione può fornire la coscienza del limite legato alla finitezza della nostra natura, lasciandoci liberi di anelare al mondo delle idee, allo spazio dell’invocazione, ai valori fondamentali della vita, a quella tensione ideale in grado di sorreggere il cammino dell’umanità. Come sosteneva il compianto Prof. Italo Mancini, parlando di Kant, alla ragione, cui è negata la possibilità di conoscere l’incondizionato, è consentito di realizzare la straordinaria esperienza di pensarlo. Nel pensiero si realizza, così, la nostra massima istanza di libertà”.3
Roberto Rossolini
Note:
1) Roberto Rossolini, Nichilismo, eterna lotta fra ragione e arbitrio, Ed. L’Orecchio di Van Gogh, Chiaravalle (An) 2006, Conclusione, pag. 137
2) Idem, pag. 61.
3) Idem, Appendice, pag. 141.

I conflitti genitoriali e il disfacimento delle famiglie rappresentano oggi un vero e proprio dramma per l’infanzia e l’adolescenza.
I fatti sconvolgenti di questi ultimi tempi, che vedono come protagonisti minori colpevoli di gravi degenerazioni comportamentali, hanno aperto un’articolata discussione nel mondo degli adulti, che, giustamente, si interrogano preoccupati, cercando nelle scienze dell’educazione possibili “antidoti” all’ormai riconosciuta deriva della gioventù. E’ chiaro che il problema risiede nello sviluppo morale delle nuove generazioni, sempre più bombardate di disvalori, in contesti caratterizzati dalla desolazione interiore e non da ideali verso cui tendere. La società attuale sembra aver perso la capacità di guidare i giovani nella costruzione di una personalità autonoma ed equilibrata. L’offerta di modelli e di valori di riferimento viene sempre più spesso sostituita dalla supremazia del gruppo dei pari e da una sorta di protezione economica e sociale che si protrae fino all’età adulta. I mezzi di comunicazione di massa introducono i giovani in un turbinio di stimoli di natura sessuale, consumistica, edonistica, senza curarsi di offrire opportunità di crescita culturale e morale. In questo contesto il giovane è soggetto passivo, sempre meno in grado di rispondere e di agire autonomamente e responsabilmente, sempre più fragile ed incapace di sottrarsi alla moda dominante ed ai bisogni indotti dalla società dei consumi. Un simile meccanismo, anziché educare individualità mature e capaci di affrontare le difficoltà della vita, produce conformismo e distorte dinamiche relazionali. Tutto ciò rende fragili le personalità giovanili, che nel vuoto dei punti di riferimento, finiscono per cercare nel protagonismo negativo e nella trasgressione quelle occasioni positive di gratificazione e di autoaffermazione che il contesto sociale continua a negare loro.
La società attuale, ormai priva di tensioni ideali degne di essere seguite, sembra avere come unico supporto dell’etica una specie di intreccio di altalenanti situazioni e condizioni socio-politiche-culturali contingenti. A questa debole impalcatura si aggrappa il sistema regolativo dell’agire umano. In questo scenario è immerso il mondo giovanile. Ma la pedagogia avverte che non ci può essere autentica educazione, che aiuti davvero l’uomo ad essere migliore, se si prescinde da un patrimonio di valori umani, affettivi e morali, posti alla base della cultura sociale. Senza un’educazione ai valori i giovani saranno sempre più spaesati di fronte alle scelte della vita, rischiando di crescere privi del rispetto nei confronti degli altri, dell’altro sesso e del mondo, in una visione distorta dell’altro da sé come semplice strumento per soddisfare meccanicamente i propri bisogni di protagonismo. L’educazione ai valori, oggi, è carente, proprio perché il mondo degli adulti li sta distruggendo tutti. Se non c’è un giudizio morale universale e stabile al quale ricondurre i comportamenti, come si può mostrare ad un giovane la strada del bene o del male? Se si enfatizza il mito del potere sugli altri, fine a se stesso, anziché l’importanza del valore a cui ispirarsi, come si può offrire ai minori modelli positivi di comportamento?
Se nei videogiochi o nelle plystations, di cui i giovani sono sempre più schiavi, non vi è sostanziale differenza tra i buoni e i cattivi, perché entrambi sono accomunati dalla stessa violenza e dagli stessi comportamenti, si farà strada nella personalità in età evolutiva la convinzione che il potente è bene, che il debole è male e che sopraffare gli altri con la violenza è un sistema valido per risolvere i conflitti e per ottenere la soddisfazione dei propri bisogni. A questi modelli distorti si ispira il fenomeno del bullismo, che sembra più che mai emergere in questo nostro tempo. Il culto dell’apparire fa il resto. Le cose assumono un riconoscimento sociale solo se appaiono, grazie a tutte le tecniche oggi in voga. L’uso distorto dei telefonini e la messa in rete di atti sconsiderati rappresenta l’esaltazione massima dell’apparire come legittimazione stessa dell’esistere. I recenti fatti di cronaca aprono uno squarcio sulle gravi carenze dell’educazione ai valori che la società attuale porta con sé.
Ai genitori e al mondo degli adulti in generale restano solo due strade per recuperare una dimensione educativa in grado di aiutare lo sviluppo armonico ed equilibrato delle giovani generazioni:
1) intervenire attraverso le norme giuridiche, affinché, con l’aiuto degli esperti nel campo delle scienze dell’educazione, sia possibile attuare un contrasto sempre più efficace alla diffusione di contenuti multimediali in genere, portatori di disvalori e di messaggi negativi per l’età evolutiva;
2) seguire da vicino e con attenzione il cammino di crescita dei minori, revocando tutte le deleghe concesse in eccesso al gruppo dei pari e ricostruendo relazioni ed approcci positivi che sappiano educare ai valori, all’impegno, alla capacità critica, alla solidarietà, alla socialità, all’affettività, alla spiritualità, alla sensibilità verso l’ambiente in cui viviamo.
Educare ai valori, per educare alla vita, lasciando che la pedagogia, come filosofia applicata, indichi all’educazione la direzione verso cui tendere. E’ impossibile non vedere che il compito della pedagogia, nella situazione attuale, è estremamente arduo, angoscioso e, aggiungerei, quasi disperato. Conseguentemente, quello della funzione educativa non è da meno.
Roberto Rossolini
Ma l’indifferenza di entrambe costituirebbe un’ulteriore ipoteca sul futuro dell’umanità.

Il tempo è ormai inconsistente, ridotto com’è ad un susseguirsi meccanico di eventi.
Oggi il tempo è privo di ogni significato. E’ diventato una banalità, ridotto com’è ad un puro susseguirsi meccanico di eventi senza senso e senza orizzonti progettuali. La vita sociale riconosce al tempo una dimensione meramente quantitativa e non qualitativa. Ciò che è rilevante è solo la disponibilità di tempo, non la sua qualità. Questa riduzione nichilistica è preoccupante da un punto di vista pedagogico, perché la concezione temporale quotidiana senza significato è purtroppo dilagante e la vita umana sembra inebriata ed appagata dal semplice apparire dell’immediato. I giovani, oggi, sono spesso prigionieri di questa riduzione nichilistica del tempo, tanto da intendere il suo divenire come una sorta di lotteria delle opportunità di consumo, all’interno di un susseguirsi meccanico di eventi e di circostanze. Questo comporta un senso di solitudine e un desiderio spasmodico di riempire di situazioni gratificanti lo scorrere insignificante del tempo. Tutto ciò produce l’oblio del senso della storia e la scomparsa dell’orizzonte aperto sugli anni a venire. La violenza del presente spazza via, così, la memoria del passato e i progetti del futuro. L’attività educativa, nella società attuale, deve opporsi a questo stato di cose, cercando di offrire una proposta di continuità con la storia, in coerenza con i progetti del futuro. Lo sforzo educativo, quindi, corre sul filo del recupero del senso perduto, offrendo alle giovani generazioni luoghi carichi di significato, da opporre ai “non luoghi” dell’immediato e dell’effimero, che ne sono privi. Purtroppo lo scenario in cui l’educazione opera è quello di una società ferma al presente, come “(…) unica dimensione esistenziale significativa per la vita delle persone”.1
Anziché offrire ai giovani occasioni di crescita umana e civile, la società odierna rischia di proporre soltanto scenari pieni di luci e colori, senza senso né direzione. Il vuoto interiore che ne deriva sottrae alle nuove generazioni i sogni di futuro e le istanze di realizzazione. L’immediato e l’inconsistente vengono esaltati come veri e reali. Il passato e il futuro vengono cancellati dall’orizzonte. La tensione ideale che sorregge il cammino della vita è pressoché inesistente. Questa riduzione nichilistica del tempo priva gli individui della possibilità di dare un senso alla propria esistenza. Non a caso il percorso di costruzione dell’identità è molto problematico, tanto che i giovani oggi manifestano personalità fragili e deboli, che finiscono per vivere senza un riferimento valoriale, dominate dai criteri dell’utilità personale e dell’appiattimento sulle posizioni della moda dominante.
La sfida che ci si pone davanti è quella di progettare “luoghi” in controtendenza, carichi di significato, dove la dimensione del tempo non sia vuota, ma sia capace di accompagnare i giovani nel difficile cammino di costruzione della loro identità. “Luoghi” significativi da contrapporre ai “non luoghi” dell’effimero. Servizi del tempo libero dove le nuove generazioni possano riconoscersi e trovare, unitamente alla scuola, le strategie più adatte per affrontare la vita.
Roberto Rossolini
Note:
1. Mario Pollo, “I labirinti del tempo”, Ed. Franco Angeli, Milano, 2000.

L’uomo, ormai privo di orizzonti valoriali di riferimento, cade nella disperazione del nulla.
“E’ vero solo l’immediato, il fatto, l’episodio. Ne consegue (…) una configurazione distorta dell’eterogeneità ideale-reale, che sfocia in un dualismo astratto-concreto in cui prevale in assoluto il concreto. Ciò che è ideale appare privo di valore (…) e i frutti della ragione vengono classificati come utopie, sogni e visioni vanescenti che pensano una perfezione che è totalmente estranea alla vita e al mondo”.1
Parto da questa citazione tratta dal mio libro per un nuovo approfondimento. Purtroppo oggi assistiamo ad una sistematica distruzione di tutti i valori ed al contemporaneo abbattimento della forza della ragione.
Risultato: il trionfo del nichilismo.
La strada è ormai smarrita e la tensione ideale che dovrebbe alimentare ogni esperienza umana è pressoché estinta. Conta soltanto l’immediato e lo sguardo è fermo al mero giudizio di fatto. Alcuni esempi sono significativi.
La giustizia
Il fatto contingente che la giustizia di questo mondo sia fallace e inefficiente non significa che non si debba tendere verso di essa. Il concetto di giustizia deve continuare ad ispirare il cammino della vita, affinché sia possibile affermarne il valore nell’esperienza di ogni giorno. Se l’ideale di giustizia non conta nulla, non sarà difficile commettere con disinvoltura quotidiane ingiustizie e illegalità varie.
L’amicizia
Il fatto che l’amicizia sia soggetta a tante modificazioni negative nell’ambito delle vicissitudini della vita non significa che non si debba tendere verso di essa. Io stesso posso dire, in generale, di essere profondamente deluso dall’amicizia e quest’amarezza mi deriva proprio dagli amici di vecchia data, dai quali mi sarei aspettato le prove migliori. Posso dire, senza presunzione alcuna, di aver perso, in passato, almeno un paio di occasioni di carriera politica per non tradire un’amicizia. Questo valore, infatti, deve continuare ad ispirare la vita di ognuno, affinché sia possibile evitare il più possibile opportunismi legati a fatti contingenti e a degenerazioni di ogni genere. Se l’ideale di amicizia non conta nulla, sarà sempre più facile per chiunque tradire l’amicizia o costruirne forme ipocrite e surrettizie.
Penso che questi due esempi siano sufficienti all’approfondimento.
“(…) L’idea è un’idea, non è un nulla, né una chimera allucinogena”.2
La caduta della tensione ideale che conferisce senso all’esperienza mondana è ormai palese. Nel nostro tempo la ragione vacilla e i suoi “rami non danno più frutti”.
In questo modo il nichilismo trova strade sempre più agevoli per la contaminazione dell’io.
Roberto Rossolini
Note:
1. Roberto Rossolini, Nichilismo. Eterna lotta fra ragione e arbitrio, Ed. L’Orecchio di Van Gogh, Chiaravalle (An), 2006
2. idem.

Il corretto “archetipo del padre” e il conseguente superamento della dimensione simbiotica con la figura materna, sono condizione essenziale per uno sviluppo armonico della personalità.
C’è una teoria che rappresenta, a mio avviso, un’affascinante prospettiva nell’ambito delle scienze dell’educazione e un’interessante stimolazione nell’ormai consolidata prassi del sociale. Un giorno, partecipando ad un incontro psicologico per insegnanti organizzato dall’Istituto in cui lavoro, ho ascoltato con interesse il conduttore (anche lui docente nella scuola) che presentava l’argomento. Questo psicoterapeuta ha curato e approfondito il tema, presentandolo in vari convegni di psicoanalisi.1
La teoria è affascinante ed offre una spiegazione convincente del malessere diffuso che caratterizza il nostro tempo. Anch’essa, in linea con la tesi di fondo del mio libro “Nichilismo, eterna lotta fra ragione e arbitrio”, trova la causa di questa tendenza sociale nella profonda crisi dei valori che affligge l’umanità. In altre parole, individua la radice di ogni male proprio nel nichilismo che ammorba il mondo di oggi. In sintesi, il fulcro di questa teoria è l’attribuzione di un profondo significato dionisiaco-dialettico alla figura paterna nel processo di sviluppo della personalità. Nell’uomo la riproduzione è legata definitivamente all’esperienza della morte. La sessualità, infatti, racchiude in sé i principi della morte e della vita. Vediamo perché. La procreazione comporta l’intervento di un fattore generatore paterno, in grado di attivare il processo cellulare che porterà alla nascita di un nuovo individuo. Non ci può essere vita, né biologica né psichica, senza la dimensione paterna. L’intervento del cosiddetto “fattore generatore paterno” rompe l’identità del figlio con “l’organismo generante”, cioè con la madre e afferma il legame tra la vita e la morte contenuto nell’atto generativo stesso. La cellula sessuale maschile e quella femminile, per dare origine ad una nuova vita, si fondono, ponendo fine alla loro identità biologica. Muoiono per affermare la vita. Secondo questa teoria, dunque, la figura paterna consente al figlio di separarsi dall’identificazione simbiotica con la madre, per proiettarsi verso la realizzazione del proprio progetto individuale. Quando la figura paterna è assente, non si realizza compiutamente questo processo di autonomia e di formazione armonica della personalità. Il fattore padre rappresenta dunque l’antitesi dialettica, il momento dionisiaco indispensabile al dinamismo della vita. L’affinità con la tesi del mio libro è evidente. Il nuovo nasce al prezzo di una morte, di un’antitesi rispetto al vecchio. La dimensione paterna è l’elemento di rottura rispetto alla dimensione materna, che rappresenta il principio di identità che si oppone all’esperienza di trasformazione. Ecco perché ogni momento evolutivo e di cambiamento rappresenta per l’individuo un conflitto ed una tensione. C’è una lotta pendolare fra due fattori contrapposti:
1. la tendenza regressiva verso la dimensione materna (nell’illusione di conservare il legame simbiotico catartico e rassicurante in cui tutti i bisogni sono soddisfatti, in una sorta di memoria ancestrale che riporta alle origini delle prime forme di vita unicellulari in cui c’era identità fra generante e generato);
2. la forza progressiva verso la dimensione paterna che spinge alla conquista di una propria identità nel divenire.
Come per la dialettica hegeliana, anche per questa bella teoria entrambe le dimensioni debbono essere presenti affinché sia possibile il processo dinamico verso il nuovo, verso la sintesi degli opposti. La teoria conclude che, oggi, manca l’antitesi. Nella società attuale è venuta meno proprio la dimensione paterna e quindi i valori, la consapevolezza della vita e della morte, la tensione ideale che dovrebbe guidare il cammino dell’umanità. L’affinità con la tesi che affermo nel mio libro è straordinaria. Di conseguenza noi operatori del sociale ci troviamo di fronte ad individui sempre più fragili ed angosciati, perché privi di valori di riferimento. La paura della morte si manifesta nelle più diverse patologie psichiche e nel disagio profondo e diffuso oggi riscontrabile a tutti i livelli e, purtroppo, anche in età precoce, nel mondo dell’infanzia e dell’adolescenza. Il venir meno del corretto “archetipo del padre” porta ad uno scorretto rapporto con la vita e al mancato superamento della simbiosi con la dimensione materna. La volontà di potenza dell’uomo attuale è il suo nichilismo, cioè nasconde fragilità ed angoscia di morte. Questa progressiva rimozione della dimensione paterna libera il lato oscuro della natura umana. Si può dire, in linea con il mio libro, che lascia spazio alla “(…) volontà di potenza che spinge l’uomo sul baratro di ogni genere di atrocità”.2
Alla luce di questa interessante teoria, gli interventi per arginare il disagio dei giovani, che mi sforzo di progettare nel campo delle politiche per i minori, vorrebbero il recupero della tensione ideale che sorregge l’esperienza di ognuno nel difficile cammino della vita.
Roberto Rossolini
Note:
1. Stefano Boni, Alla ricerca del padre: il significato della dimensione paterna e del suo recupero nell’immaginario e nella coscienza individuale e sociale, argomento: psicoanalisi, www.vertici.com
2. Roberto Rossolini, Nichilismo. Eterna lotta fra ragione e arbitrio, Ed. L’Orecchio di Van Gogh, Chiaravalle (An), luglio 2006, pag. 141.
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