
Sostenere l'autostima e il "burn out" fa meno paura...
Chi, come me, svolge ormai da anni attività professionale in questo campo è abituato a convivere con il fenomeno e a tentare di prevenirlo, nei limiti del possibile.
Con il termine inglese "burn out", derivante da “to burn”, che significa bruciare, indichiamo il fatto che l’operatore sociale, l’educatore, così come individuato, nelle Marche, dalla Legge regionale di settore 13 maggio 2003 n. 9 e Regolamento attuativo 22 dicembre 2004 n. 13, si “brucia”, ovvero, con il tempo soccombe dal punto di vista emotivo, non è più in grado di gestire le sue risorse professionali, è, in una parola, demotivato.
Il fenomeno non va preso alla leggera, perché, purtroppo, le condizioni per la sua insorgenza sono tutte intrinseche al contesto sociale. Il mestiere può essere definito a rischio, perché sollecita fortemente la componente emozionale dell’educatore.
Il “burn out” ha un suo tempo di “incubazione”, mina il sistema nervoso fino al punto in cui il soggetto “si brucia”. Questo stato di esaurimento fisico e mentale è collegato ad una lenta sollecitazione dovuta alle condizioni di lavoro, generalmente riconducibili all’incertezza, allo scarso riconoscimento, all’isolamento dal contesto generale. Non a caso il “turn over” (cioè l’avvicendamento del personale) in questo campo è pressoché endemico. La mia esperienza mi dice che quando un educatore non vede all’orizzonte le soluzioni ai problemi, si dimostra distaccato (nel senso di indifferente) rispetto alle situazioni, concepisce in modo pessimistico il suo ruolo e il servizio in cui opera, è “bruciato”. Il fenomeno colpisce in maniera maggiore, come avviene sempre, le persone più sensibili, particolarmente esposte a questo genere di sollecitazioni.
Cosa si può fare a monte, a livello di coordinamento dei servizi, per prevenire il “burn out”?
Non ci sono ricette miracolose per curare il fenomeno. Ci sono però i punti fermi maturati con l’esperienza. Occorre, innanzitutto, alimentare la motivazione degli educatori, facendoli sentire ascoltati, apprezzati, non isolati. Ci sono due aspetti fondamentali su cui puntare:
la formazione e la supervisione.
Attraverso la formazione si cercherà di aumentare l’autostima degli educatori, stimolandoli a spostare l’accento dalle condizioni lavorative contingenti, agli aspetti ideali e alle soddisfazioni morali del lavoro nel sociale. Mediante la supervisione sarà possibile offrire un supporto e un punto di riferimento sicuro che lenisca la sensazione di “solitudine contro il mondo” degli operatori dei servizi.
In passato ho avuto modo di porre in essere un progetto del genere, che ha dimostrato proprio la fondatezza degli assunti sulla formazione e sulla supervisione, nell’intento di prevenire il “burn out”, migliorando la qualità dei servizi.
Tuttavia, non è questa l'attuale tendenza delle scelte generali.
Come già detto, in risposta alla domanda di Valentina da Milano (categoria "Quesiti"), la funzione assistenziale è oggi prioritaria rispetto a quella progettuale.
Purtroppo la scarsità di fondi spesso prevale su ogni attività di prevenzione.
Roberto Rossolini

Il tam-tam del tamburo, fra ritmo cardiaco e respiro
Oggi l’educazione alla creatività si avvale, tra le altre cose, dell’approccio musicale e ritmico. Nella progettazione di laboratori di questo genere, rivolti ai centri di aggregazione per bambini, bambine e adolescenti, ho sempre affermato la teoria dell’affinità ancestrale fra uomo e ritmo, fra percussioni e cucciolo dell’uomo, fra il nostro cuore e il tam-tam del tamburo.
Il rischio è che i metodi attuati si rivelino troppo rigidi e irrispettosi della libertà espressiva dei bambini, che dovrebbe trovare, proprio in un laboratorio musicale, il suo massimo punto di valorizzazione. Ecco perché occorre fare molta attenzione nella scelta degli esperti da incaricare.
La familiarità ancestrale tra natura umana e percussioni fa sì che il ritmo sia in grado di evocare le più recondite profondità dell’animo umano. In questo modo, lavorando proficuamente sul legame fra suoni e vita interiore, è possibile aiutare i bambini ad esprimere i loro sentimenti e i loro stati d’animo.
Di recente ho avuto modo di osservare un giovane operatore che conduceva nel modo corretto un laboratorio ritmico con i bambini (incluso mio figlio), riferendosi appropriatamente alla teoria dell’affinità ancestrale tra ritmo cardiaco e tamburo battente. In questo modo è stato in grado di costruire un laboratorio ritmico con materiali semplici e primordiali, quali pietre, canne, rudimentali tamburi, realizzati con materiali naturali. Nell’ascolto di questi suoni, ritmi e melodie, l’uomo incontra se stesso, il cucciolo dell’uomo trova il modo per esprimere la sua vita interiore. Nasce così una dimensione simbolica, nella quale l’io ritrova le sue radici e, nel contempo, esprime la sua interiorità. In questo contesto, nella piena valenza educativa del laboratorio, tutto ciò che risuona ha un significato simbolico, anche le pause ed il silenzio. La relazione ludica con le fonti sonore è fondamentale. Per tornare alla nostra teoria, il bambino trova la via delle sue radici, delle sue prime percezioni sensoriali, cogliendo l’affinità fra il ritmo incessante delle percussioni e il battito del suo cuore, la continuità fra quest’ultimo e quello della mamma, ascoltato ancora prima di nascere. Anche il respiro ha un suo ritmo, che scandisce le azioni, le emozioni, gli avvenimenti. I ritmi, e le dolci melodie che ad essi si associano, evocano queste tracce ancestrali della vita e favoriscono l’elaborazione delle nuove esperienze. E’ importante, quindi, che chi gestisce il laboratorio non ne tradisca i presupposti, inibendo la dimensione ludica e sperimentale attraverso un’eccessiva strutturazione. La figura adulta deve sapersi proporre come guida, che non prevarica la naturale espressività infantile, ma che, al contrario, l’aiuta a scoprire, attraverso il ritmo, sempre nuove esperienze sensoriali e di vita.
Saper allestire un laboratorio musicale fatto di simboli, di antichi oggetti e di fiabe narrate attraverso di essi, di ritmi e di melodie ancestrali, di dimensioni ludiche capaci di favorire la massima espressività interiore, significa costruire un irripetibile tassello educativo nello sviluppo delle giovani generazioni.
Roberto Rossolini

I nostri ragazzi non hanno più bisogno di "sindacalisti", ma di genitori degni di questo nome...
La scuola pubblica è ormai da tempo sotto attacco da parte dei mezzi di comunicazione. Fiumi di veleno mediatico si riversano ogni giorno sull’Istituzione, che, nonostante tutto, continua, tra mille difficoltà, a compiere il suo dovere, svolgendo, nel complesso, le sue funzioni educative.
Ci voleva l’onestà intellettuale di un giovane studente napoletano per inchiodare il mondo dell’informazione e la cosiddetta opinione pubblica alle loro responsabilità.
E queste responsabilità sono pesanti, perché attaccare in questo modo la scuola significa colpire le speranze per il futuro, rafforzare nei giovani il convincimento che il loro bisogno di protagonismo abbia nel bullismo e nelle devianze l’unica via di sfogo. L’influenza diseducativa della sistematica delegittimazione della scuola è devastante. Colpire, attraverso una generalizzazione sconsiderata, la credibilità dei docenti significa ipotecare l’avvenire delle giovani generazioni, condannandole a crescere senza basi solide e senza punti fermi.
La lezione di vita è giunta da un giovane di diciotto anni, che ha chiesto ai giornali: “Perché parlate solo di ‘non scuola’?” Anziché giocare con il telefonino o con il computer questo ragazzo ha messo i mezzi di comunicazione di fronte alla verità, spesso oscurata dalla non verità, che fa più colpo sull’opinione comune. Perché non si parla, chiede Giuseppe, della scuola vera e dei giovani come lui, che affidano ad essa il proprio futuro? Sono stufo, prosegue, di sentir parlare di ‘non scuola’. Questo ragazzo vorrebbe più interesse per l'Istituzione scolastica come risorsa che forma e che aiuta a diventare grandi.
Nel contesto attuale, più la società cerca di sbranare la scuola, più i giovani alimentano questa bramosia attraverso l’uso improprio dei telefonini ed i comportamenti devianti.
Il messaggio che passa è un disvalore: per essere protagonista, per essere qualcuno, basta apparire, non essere…
Mentre il mondo degli adulti è impegnato nel macabro tentativo di sbranare la scuola, i giovani restano soli con i loro telefonini, con i loro video, con i loro i-Pod…
Le mani piene di oggetti e la mente svuotata di significati.
Basta, dunque, con i veleni sulla scuola, perché la via di salvezza sta soltanto nel recupero della sua credibilità sociale.
I giovani come Giuseppe ricostruiscono la speranza nel futuro e fanno emergere la consapevolezza che non tutto è perduto.
Il fatto che questo messaggio sia venuto dal lucido ed orgoglioso sussulto intellettuale di un diciottenne la dice lunga sul livello di obnubilazione raggiunto dalla società attuale.
Basta con i “genitori amici e sindacalisti”, perché i giovani hanno un disperato bisogno di genitori educatori, degni di questo nome, che, in sinergia con gli insegnanti, li sappiano guidare nel cammino della vita, magari spegnendo, insieme, i telefonini.
Roberto Rossolini

Letteratura per l'infanzia, una finestra aperta sulla realtà...
C’è una dimensione ludica negli scritti di Rodari, capace di creare uno splendido connubio fra favola e pedagogia.
C’è pedagogia applicata in Rodari, nel senso che essa finisce per permeare, sommessamente, situazioni e contesti dei suoi racconti. La fantasia, fattore dominante, la tiene a bada, ma non la sopprime mai definitivamente. Rodari amava raccontare ai bambini storie senza finale, che essi stessi dovevano sviluppare e concludere. In questo modo egli faceva, spontaneamente, educazione alla creatività, creando proficui stimoli alla fantasia e all’immaginazione.
Rodari sapeva che l'infanzia è costitutiva di un processo in cui il bambino cresce, con i suoi tempi. Egli sapeva anche che il bambino, tutt’altro che avulso dalla realtà, impara giocando. Questo obiettivo era rafforzato dalla sua intensa esperienza di maestro elementare, di educatore che si cimentava sul campo, attuando i migliori precetti della pedagogia.
Ed ecco che la favola tocca la realtà quotidiana, i problemi sociali e familiari, in chiave ironica e ludica, attraverso l’immaginazione più viva.
Perfino dai vizi dell’umanità possono scaturire finali divertenti e inaspettati.
L’immaginazione deve avere il suo posto nell’educazione, per far sì che la favola diventi strumento di conoscenza della realtà.
In Rodari si compie così uno straordinario connubio fra favola e pedagogia, perché era davvero convinto che tutto questo potesse contribuire ad educare la mente:
“I bambini capiscono più di quello che noi sospettiamo (…)”.
Rodari sapeva bene che:
valorizzare la fantasia e la creatività infantile significa creare le condizioni per uno sviluppo armonico ed equilibrato della personalità.
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Roberto Rossolini
Il marciapiede mobile
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“Sul pianeta Beh hanno inventato un marciapiede mobile che gira tutt’intorno alla città. Come la scala mobile, insomma: soltanto che non è una scala, ma un marciapiede, e si muove a piccola velocità, per dare alla gente il tempo di guardare le vetrine e per non far perdere l’equilibrio a quelli che debbono scendere e salire. Sul marciapiede ci sono anche delle panchine, per quelli che vogliono viaggiare seduti, specialmente vecchietti e signore con la sporta della spesa. I vecchietti, quando si sono stancati di stare ai giardini pubblici e di guardare sempre lo stesso albero, vanno a fare una crociera sui marciapiedi. Stanno comodi e beati. Chi legge il giornale, chi fuma il sigaro, si riposano. Grazie all’invenzione dei questo marciapiede sono stati aboliti i tram, i filobus e le automobili. La strada c’è ancora ma è vuota, e serve ai bambini per giocarci alla palla, e se un vigile urbano tenta di portargliela via, prende la multa.”
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Gianni Rodari, Favole al telefono, Ed. Gli struzzi 14 ragazzi, Einaudi, Milano, 1977, pag. 121
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