
Giovani sempre più bravi nell’utilizzo delle nuove tecnologie e sempre meno capaci di dialogare e di socializzare…
“La nuova caverna”, bella prefazione concessami, com’è noto, dal Prof. Ripanti dell’Università di Urbino per la pubblicazione del mio libro, fa riflettere sul "nulla" della televisione.
Direi che si tratta di un ottimo spunto per analizzare il contributo che “un tale spettacolo” può offrire alla sempre maggiore diffusione di personalità fragili e prossime alla devianza.
Gli approcci al problema possono essere due:
il predominio della tv come sintomo dell’alienazione e del vuoto morale della società moderna, oppure la tv come causa di tutti i mali.
Io condivido la teoria della prima scuola di pensiero.
In un contesto in cui la cultura del tempo, tecnologica in modo viscerale, esprime un uomo sempre più “tecnicus”, il predominio della tv e dei vari sistemi multimediali sembra consegnare l’umanità ad un destino ineluttabile di passività e dipendenza.
E’ ciò che mi piace chiamare “sindrome della vita surrogata”, dove alienazione e deriva morale rischiano di portare ad una rinuncia della vita vera, in favore di una nuova esistenza virtuale. Questa sorta di “robinsonismo”, porta a preferire un rassicurante e passivo isolamento da tv o da computer, ai problemi della vita reale. Tutto questo, applicato all’età evolutiva, rischia di compromettere pesantemente lo sviluppo armonico della personalità. L’isolamento prodotto dalla “sindrome della vita surrogata”, oltre a rinforzare atteggiamenti di fuga dalla realtà, depriva l’individuo di preziose occasioni di socializzazione, di dialogo, di interazione col mondo circostante.
Per via del mio lavoro, osservo gli adolescenti chiudersi in questa sorta di dimensione virtuale, apparentemente rassicurante, e sento il bisogno di lanciare l’allarme sulle potenziali conseguenze del diffuso disinteresse della società attuale rispetto a queste problematiche.
Quando vedo accendersi sui fantasmagorici schermi la scritta “In action”, a me sembra di leggere, purtroppo, che siamo in piena “sindrome della vita surrogata”!
Assistere passivamente a questa alienazione o, addirittura, favorire la costruzione di nuove vite da sostituire a quelle reali è un altro pessimo regalo di questa società alle giovani generazioni.
Roberto Rossolini

Andrea Anconetani, “Appunti inessenziali”, Edizione propria, Loreto, 1994
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“Ho fatto a mio modo: così facciano anche gli altri poiché adesso è un tempo che chi fa alla peggio par che faccia meglio."
Lodovico da Viadana
(Citazione tratta dal libro)
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Da tempo ormai, direi qualche anno…, mi riprometto di riordinare i miei poveri libri, riposti senza un criterio in un armadio stracolmo, a causa della solita fretta e delle distrazioni della vita moderna. Nel cercare un testo, preso dalla frenesia dei miei pensieri, mi è capitato fra le mani un libricino, scritto e pubblicato in proprio (cioè senza un editore ufficiale), dal mio caro amico Andrea Anconetani.
Una felice coincidenza.
Il libretto s’intitola “Appunti inessenziali”, perché riporta una raccolta delle riflessioni scritte dall’autore in svariate circostanze e luoghi, nel tempo di quasi quattro anni. Nel rileggere la dedica e la presentazione mi sono tornate in mente situazioni legate ad un altro periodo della vita, del quale serbo, dentro di me, il geloso ricordo.
“Inessenziali”, dunque, come spiega l’autore, in una sorta di forzatura linguistica, attraverso l’uso di questo immediato ed intuitivo neologismo, quale contrario di essenziali. Ad Andrea piace il termine “inessenziali” e, oltre a spiegare il perché della sua scelta, mostra come i pensieri degli uomini nascano proprio così, in attesa di essere perfezionati, completati, approfonditi. Il libricino non tenta neanche di dare a questi appunti un inquadramento, al fine di eliminarne frammentarietà e contraddizioni. “(…) L’unica volontà che mi ha mosso è stata quella di mantenere intatta (…) la loro struttura originale, la loro umoralità (…)”, la loro capacità di “(…) esprimere sentimenti ed impressioni (…) comuni ma forse per questo più veri.” Questa “strana raccolta di pensieri banali e quotidiani”, così la definisce lo stesso autore, tocca gli argomenti più svariati della vita di ogni giorno.
Ebbene, questi pensieri c’invitano a trovare, nelle poche pagine di “Appunti inessenziali”, quelle semplici verità che le sovrastrutture del mondo in cui viviamo spesso nascondono.
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L’autore ha un proprio sito personale, dove è possibile scaricare l’intero libretto in formato pdf
Il collegamento è attivo da questo sito, direttamente dal menù Links


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"Nichilismo, eterna lotta fra ragione e arbitrio",
di Roberto Rossolini,
edito da L'Orecchio di Van Gogh
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La politica e la filosofia… Ho letto il suo libro, che mi è piaciuto per il collegamento sempre attivo con la realtà. In particolare, ho trovato molto interessante il capitolo VIII, “Filosofia della politica e politicità della filosofia”, per poi accorgermi, navigando in questo sito, che lei stesso risponderebbe ad un ipotetico intervistatore di essere particolarmente affezionato a questo stesso capitolo (“Il nutrimento dello spirito. La cultura è un luogo dell’anima”, menù Approfondimenti, categoria “Cultura”). Nelle ultime righe di pag. 124, lei scrive che chi fa politica non può essere privo di “un orizzonte progettuale e di pensiero che affermi fondamentali valori morali di riferimento”. Le chiedo: “Non ritiene che sia drammaticamente evidente il contrasto fra il suddetto concetto di filosofia della politica e quindi di politicità della filosofia (se ho ben compreso il suo pensiero) ed il livello di molti politici che ci governano, nazionali e locali?” La cosa mi preoccupa molto. Ringrazio per l’attenzione e saluto cordialmente.
Anna Maria, Ancona
Bella domanda, gentile interlocutrice. Vorrei rispondere che la classe politica non è “a-filosofica” e, quindi, come lei ha ben capito, che essa è anche capace di tradurre su di noi gli effetti benefici della “politicità della filosofia”. Purtroppo non è così. Come ha potuto leggere nel libro, scarseggia la filosofia della politica e, di conseguenza, la politicità della filosofia. Manca, cioè, quell’orizzonte progettuale e di pensiero che dovrebbe produrre fondamentali valori in grado d’ispirare l’agire politico. Quindi non c’è più via d’uscita? Penso che la risposta possa essere trovata proprio nel capitolo VIII, in qualche altro trafiletto di pag. 124: “(…) Ognuno deve essere chiamato a cimentarsi nel proprio campo, dove è in grado di esprimere le sue effettive competenze professionali, sulla base della preparazione necessaria al ruolo da ricoprire. Penso che si debba combattere la pessima idea della politica come arena dove ognuno può cimentarsi in tutti i settori dell’amministrazione, non importa se si è del tutto avulsi dalle problematiche che si andranno ad affrontare.” Aggiungerei un altro passo del libro: “A noi cittadini liberi (…) è affidato il compito di valutare severamente i comportamenti del legislatore buono o cattivo, dell’uomo politico buono o cattivo, per poi esercitare consapevolmente la sovranità popolare riconosciutaci dalla Carta Costituzionale.” Una buona legge elettorale ci aiuterebbe molto in questo compito, ma il discorso ci porterebbe troppo lontano… Spero di averle dato la risposta che cercava. Grazie davvero e cordiali saluti. L’autore
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ISBN 88-87487-39-1
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