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“Come possiamo far fronte al compito educativo che siamo chiamati a svolgere, in un contesto sociale che ci pone di fronte sempre maggiori sfide?”
Salve, sono un’educatrice che opera nei servizi comunali per l’infanzia e l’adolescenza. Ho letto con interesse quanto lei scrive sulle problematiche di questo settore che solo recentemente una specifica normativa ha sostanzialmente regolamentato in maniera organica, anche in riferimento al personale ed ai titoli necessari per l’espletamento di questa attività. Ad esempio, il suo contributo sulla sindrome del “burn-out” delinea molto bene la fisionomia della nostra esperienza sul campo. A volte ci sentiamo schiacciati da una realtà molto pesante e più grande di noi. La mia domanda è la seguente: “Come possiamo far fronte al compito educativo che siamo chiamati a svolgere, in un contesto sociale che ci pone di fronte sempre maggiori sfide?”
La ringrazio. Cordiali saluti.
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Direi che il vostro impegno deve consistere nel migliorare, nei limiti del possibile, le dinamiche e le condizioni del processo educativo, nell’ambito dei servizi in cui operate. In sostanza, la parola d’ordine è potenziare i fattori positivi, eliminando o attenuando quelli negativi.
Vede, in pedagogia c’è una metafora che mi piace molto usare (anche perché “il pollice verde” è il mio hobby). L’educatore può essere senz’alto paragonato ad un giardiniere. Il buon giardiniere, dunque, non è colui che costringe le piante ad assumere forme innaturali, secondo modelli precostituiti cui ispirarsi, ma neanche colui che le lascia in balia di se stesse, prive delle cure necessarie per una loro crescita armonica ed equilibrata. Il bravo giardiniere è colui che opera miratamene affinché ciascuna pianta possa svilupparsi nella maniera più completa, secondo le proprie potenzialità. Così deve fare l’educatore. La persona non è una pianta, certamente, ma la metafora si rivela utile ed intuitiva. Il buon giardiniere conosce le caratteristiche della flora del giardino, la connotazione dell’ambiente in cui questa si trova, è perfettamente consapevole dei potenziali pericoli che corre, ma anche delle straordinarie opportunità a disposizione per il suo sviluppo.
Questo, in sintesi, è chiamato a fare l’educatore.
Per concludere, mi soffermo sul concetto di “ambiente educativo”, come luogo carico di stimoli e di significati positivi. Non mi stancherò mai di sollecitare chi opera in questo settore a porre la massima attenzione alla costruzione del contesto ove il processo educativo si esplica.
Nella mia esperienza ho avuto occasione di entrare in tanti locali di servizi per l’infanzia e l’adolescenza. Bastava osservare il livello di attenzione che le educatrici riservavano alla cura dell’ambiente per farsi un’idea della qualità delle esperienze che lì avevano luogo. Attenzione dunque al contesto, che deve essere adeguato alle esigenze dei suoi fruitori, ricco di stimoli in rapporto agli obiettivi da raggiungere, ben individuati dalla programmazione educativa, aperto al mondo esterno in una prospettiva interattiva, capace di attingere ai contributi positivi, filtrando i fattori negativi che potrebbero ostacolare il processo educativo.
La saluto e la ringrazio per la bella domanda.
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www.robertorossolini.it

“(…) Il fare mio e il fare di Dio,
che è pure una aperta espressione di Kant”.
Italo Mancini, sacerdote, filosofo, docente universitario
(4 marzo 1925 - 7 gennaio 1993)
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Le motivazioni che hanno determinato l’opposizione nei confronti dell’intervento del Santo Padre, Benedetto XVI, all’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università di Roma “La sapienza” si sono ispirate alla più intransigente contrapposizione fra scienza e fede. In sostanza, come ci hanno riportato le cronache della vicenda, si è detto che la scienza ricerca la verità con metodi oggettivi, mentre la fede lo fa per via dogmatica. Ma l’ormai famosa frase dell’austriaco Paul K. Feyerabend (1924-1994), controverso filosofo della scienza, è apparsa come il fattore determinante rispetto all’inammissibilità dell’intervento papale. Si fa riferimento ad una pregressa citazione, tratta dal testo di un discorso che l’allora cardinale Ratzinger tenne nel 1990. Questo fatto, secondo il gruppo dei contestatori, rendeva incompatibile l’intervento del Papa, nella difesa della scienza e del carattere laico dell’università. Anzitutto, come premessa, si possono già presentare queste tre argomentazioni: l’università, per sua natura, dovrebbe essere l’espressione più alta dell’universalità, dell’apertura e del confronto, principi che rappresentano il fondamento stesso della ricerca scientifica; il corretto esercizio intellettuale prescinde da atteggiamenti di intolleranza e di mancato ascolto; chiudersi a riccio sulle proprie posizioni non fa altro che affermare quel dogmatismo contro il quale si scaglia la contestazione stessa. In secondo luogo, la posizione appare, nel merito, concettualmente debole. Quel discorso del card. Ratzinger intendeva evidenziare la mancata assolutezza delle certezze umane. Il citato Feyerabend si scagliava contro Galileo, non per negare alla rivoluzione scientifica il suo reale valore oggettivo, ma semplicemente perché intendeva smascherare la presunta propaganda che lo scienziato pisano avrebbe a suo parere imbastito per avvalorare esperienze prive di inconfutabili riscontri concreti. Non si può certo dire, per questo, che il filosofo, allievo “sui generis” di karl Popper, volesse fare un’apologia dell’inquisizione! Il senso delle sue affermazioni è semmai quello che non ci sono regole invariabili nella conoscenza scientifica (atteggiamento possibilista) e che Galileo riuscì ad affermare la cosmologia copernicana grazie alle sue capacità persuasive, in assenza di prove sufficienti ad avvalorare la tesi eliocentrica…
Secondo Feyerabend la rivoluzione scientifica di Galileo si basava su una profonda convinzione, in pieno contrasto con il sentire dei suoi contemporanei, tanto da comprendere la posizione del card. Bellarmino, che, nell’accusare Galileo, gli suggeriva di dichiarare l’eliocentrismo una semplice congettura e non una certezza, al fine di non turbare la pace sociale dell’epoca. Le controverse tesi di Feyerabend, peraltro, non sono prive di provocazioni molto discutibili, quando arriva a dire che non vi è un limite netto fra il mondo scientifico e quello che non lo è, addirittura con conseguente rivalutazione delle ragioni dell’astrologia…!
Del resto anche il pensiero debole di Vattimo non è lontano dalle suddette posizioni sulla relatività delle teorie, che sono ben lungi dall’avere un valore assoluto, anzi questo dipende dalla effettiva capacità di convinzione che esse riescono a conquistarsi nella comunità scientifica del proprio tempo…
Dunque mi pare davvero insostenibile l’idea che Papa Benedetto XVI, allora card. Ratzinger, volesse difendere l’inquisizione, condividere le ardite tesi di Feyerabend, giustificare la condanna di Galileo da parte della Chiesa di allora... Manca soltanto l'accusa di voler restaurare il sistema geocentrico...
Il Pontefice, insomma, intendeva ed intende soltanto affermare, dal punto di vista filosofico, che la scienza ha dei limiti, proprio perché la conoscenza umana ha dei limiti e che quindi essa non può restare avulsa da una ragione che aneli alla trascendenza e al Sommo Bene.
Questa posizione filosofica non è trascurata dal mio libro, “Nichilismo. Eterna lotta fra ragione e arbitrio”, L’Orecchio di Van Gogh editore, anzi è sviluppata nella direzione in cui il pensiero tendente all’incondizionato rappresenta il coronamento ed il senso della conoscenza scientifica: “Uno sguardo fisso sui fatti non potrà mai cogliere e capire il senso della vita. Il mondo del senso non è quello dei dati che si scontrano e si incrociano, ma quello della ragione, delle grandi idee, dei progetti a cui il mondo dei fatti va ricondotto”. (pag. 138)1
Non è dunque chiaro come si possa ritenere il Papa negatore della scienza, indulgente nei confronti dell’inquisizione ai danni di Galileo e sostenitore delle tesi di Feyerabend, per averne ripreso un'affermazione allo scopo di evidenziare, con diversi esempi, la finitezza della conoscenza umana...
Eppure la famigerata citazione del filosofo austriaco ha mosso la contestazione. L’università in generale, mentre fa salire in cattedra sportivi, comici e cantanti, conferendo discutibili lauree honoris causa ai più svariati personaggi, nel nome di una ormai incontrollata apertura alla cosiddetta società civile…, nel caso specifico, esprime componenti che si sono opposte all’intervento di una figura di incontestabile autorevolezza e di alta cultura come quella del Pontefice, inducendolo a declinare l’invito offerto dallo stesso Rettore!
Anziché ricercare l’armonia fra scienza e fede si è scivolati sulla strada della contrapposizione e del mancato confronto. Al contrario il rapporto fra scienza e fede rappresenta una sfida fondamentale dell’occidente. Il moderno sviluppo scientifico porta senza dubbio innumerevoli effetti positivi all’umanità. Ma questo non è sufficiente a garantire il progresso della coscienza collettiva, perché considerare vero soltanto ciò che è sperimentabile significa inibire in modo drastico le possibilità della ragione, eliminando pericolosamente le prospettive del pensiero e del mondo delle idee. L’uomo, infatti, ha ricevuto dal Logos Creatore una grande capacità di conoscenza scientifica, se pur limitata al mondo dei fenomeni e, nel contempo, la straordinaria facoltà di pensare l’incondizionato. Dunque scienza e fede, intelletto e ragione, di kantiana memoria, non sono in contrasto, ma, dialogando, possono consentire all’uomo di esprimersi al meglio. Del resto lo stesso testo del mancato discorso del Papa è illuminante in tal senso.
Sì alla scienza, ma anche apertura alla compiuta realizzazione dello spirito umano, nella dimensione più ampia del pensiero, proteso verso i grandi interrogativi della vita.
Le parole del Santo Padre, che sono rimaste fuori dall’Università di Roma "La Sapienza" in nome di una presunta laicità e di una difesa preventiva nei confronti di ogni inopportuna ingerenza della fede ai danni della scienza, non fanno altro che sottolineare la posizione filosofica sopra espressa:
“È necessario fare un ulteriore passo. L’uomo vuole conoscere - vuole verità. Verità è innanzitutto una cosa del vedere, del comprendere, della theoría, come la chiama la tradizione greca. Ma la verità non è mai soltanto teorica. Agostino, nel porre una correlazione tra le Beatitudini del Discorso della Montagna e i doni dello Spirito menzionati in Isaia 11, ha affermato una reciprocità tra "scientia" e "tristitia": il semplice sapere, dice, rende tristi. E di fatto - chi vede e apprende soltanto tutto ciò che avviene nel mondo, finisce per diventare triste. Ma verità significa di più che sapere: la conoscenza della verità ha come scopo la conoscenza del bene. Questo è anche il senso dell’interrogarsi socratico: Qual è quel bene che ci rende veri? La verità ci rende buoni, e la bontà è vera: è questo l’ottimismo che vive nella fede cristiana, perché ad essa è stata concessa la visione del Logos, della Ragione creatrice che, nell’incarnazione di Dio, si è rivelata insieme come il Bene, come la Bontà stessa. Nella teologia medievale c’è stata una disputa approfondita sul rapporto tra teoria e prassi, sulla giusta relazione tra conoscere ed agire - una disputa che qui non dobbiamo sviluppare”. (Brano tratto dal discorso di Papa Benedetto XVI, 16 gennaio 2008)
Roberto Rossolini
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1"Nichilismo. Eterna lotta fra ragione e arbitrio",
Ed. L'Orecchio di Van Gogh, 2006
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Dove acquistare il libro:
ordinabile in tutte le librerie utilizzando il codice
ISBN 88-87487-39-1
On line su tutti i siti dedicati ai libri, come:
www.internetbookshop.it
www.dvd.it
www.libreriauniversitaria.it
Una volta aperti i siti attraverso questi links attivi, le pagine dedicate al libro sono accessibili tramite le apposite caselle di ricerca

"Narciso" e "Peter Pan" non aiutano a crescere…
La fenomenologia della condizione giovanile degli ultimi decenni è felicemente individuata dalla teoria delle “tre metafore”.
Il mondo giovanile può essere così rappresentato nel tempo:
gli anni ’70 hanno visto una sorta di “prometeismo” ideologico, in qualche modo derivante dalle ceneri del ’68;
gli anni ’80, l’insorgenza di una sorta di “narcisismo”;
attualmente, a partire dagli anni ’90, la comparsa della sindrome di “Peter Pan”.
“La metafora di Prometeo” rappresenta una giovinezza fiera, prorompente, ideologicamente ispirata e "rivoluzionaria", convinta di poter cambiare il mondo.
Questa specie di carica utopica ha lasciato il posto alla debolezza della “sindrome di Narciso”, secondo cui i giovani hanno vissuto un grande cambiamento della loro dimensione sociale e le loro insicurezze emotive si sono ingigantite a dismisura.
Oggi abbiamo davanti a noi tanti “piccoli Narcisi”, innamorati di se stessi e chiusi in una specie di gabbia costituita dalla loro stessa soggettività.
Attualmente il narcisismo giovanile, alimentato da tutte le fonti pubblicitarie e mediatiche di questa società, porta ad un ritardo del passaggio alla condizione adulta e ad un improprio spostamento in avanti della soglia adolescenziale.
Alla “sindrome di Narciso” si è aggiunta poi la “sindrome di Peter Pan”, che oggi riscontriamo fra i giovani, sempre più stretti fra l’abbraccio di "Narciso" e gli inconsistenti voli di "Peter Pan"…
Questo vuoto valoriale ed ideale, unito alla condizione di protratta fragilità ed immaturità, ha conseguenze devastanti sulla realizzazione della persona, con l’insorgenza di problemi d’inserimento nel mondo del lavoro e difficoltà nella conquista dell’autonomia.
In un tale contesto, il cammino per una costruzione equilibrata della personalità diventa impervio e tortuoso. Il mondo giovanile ci appare così costellato di tanti “ibridi”, in parte “Narcisi” e in parte “Peter Pan”, che non vogliono crescere, né guardare fuori dal loro piccolo guscio dorato.
Sono molte le colpe di un mondo adulto omissivo, spesso assente, incapace di fornire validi punti di riferimento ed esempi positivi.
Da questa situazione occorre dunque partire, per cercare di ri-costruire azioni educative capaci di realizzare le condizioni per un corretto sviluppo delle personalità giovanili, a patto che il mondo degli adulti sia in grado di ascoltare il grido di allarme della pedagogia, smettendo di creare, con i suoi mezzi di comunicazione di massa, sempre nuovi "Narcisi", che, di fronte alle difficoltà, s'illudono di poter "spiccare il volo come tanti Peter Pan"...
Roberto Rossolini

Smarrito il senso di colpa... l'uomo diventa lupo...
I concetti chiave di una bella intervista televisiva ad un noto psichiatra mi danno lo spunto per questo approfondimento.
Nell’ascoltare quelle parole ho rafforzato le mie convinzioni rispetto alla fondatezza della teoria della lotta fra legge morale e natura umana, che ho avuto modo di esplicitare nel mio libro “Nichilismo. Eterna lotta fra ragione e arbitrio”, pubblicato nel 2006 per L'Orecchio di Van Gogh editore.
Le aberranti notizie di violenza, provenienti sia dal mondo adulto, sia da quello giovanile, mettono in evidenza la preoccupante caduta dei valori di riferimento, come espressione del profondo e desolante degrado morale della società contemporanea.
La mia teoria, espressa nel libro, muove dalla considerazione che l’uomo è per natura un ente finito negativo in quanto derivato dall’Essere mediante creazione. Questo concetto di partenza è del resto vicino alla posizione di Hobbes, quando afferma che l'uomo è un lupo per l'uomo stesso, “homo homini lupus”.
La natura umana è fondamentalmente egoistica e negativa. Il comportamento dell'uomo è dunque dettato dall'istinto di sopravvivenza e di sopraffazione, secondo cui solo un’ancestrale spinta aggressiva lo spinge verso l’altro da sé. Pertanto società ed amicizie si costruiscono sulla base del timore reciproco.
Se non vi fosse il carattere cogente delle leggi, lo stato di natura prenderebbe il sopravvento e l’istinto di danneggiare gli altri e di eliminare chiunque sia di ostacolo al soddisfacimento dei propri obiettivi troverebbe il culmine della sua estrinsecazione.
In sintesi, la morte tua è la vita mia, “mors tua vita mea”.
A questo punto il mio ragionamento va oltre l'approdo di Hobbes, perché nella teoria dell’eterna lotta fra ragione e arbitrio c’è anche l’elemento della speranza salvifica, affidata al ruolo fondamentale della ragione come funzione regolativa del comportamento umano.
Il disegno del Logos ha dunque voluto la natura finita soggetta al destino di essere sopraffatta dalla ragione e dal suo sistema valoriale di riferimento, il tutto nell’andamento pendolare dell’eterna lotta fra ragione e arbitrio.
Il nichilismo contamina l’io quando questo ruolo regolativo della ragione viene meno e dall’orizzonte scompare quella consapevolezza del limite, atta a contenere la volontà di potenza che scaturisce dalle profondità naturali dell’animo umano.
La ragione, pensando a Kant, ha in sé la forza per sconfiggere il nichilismo: “Il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me”.
Attraverso la straordinaria positività del pensiero, opposto alla volontà di potenza di derivazione naturale, si realizza così il destino dell'uomo, secondo il grande disegno del Logos Creatore.
Condivido molto le amare considerazioni espresse dallo psichiatra nell’intervista di cui sopra.
La società attuale ha dunque smarrito il senso di colpa, che è stato soppiantato dal senso della vergogna. Il senso di colpa, infatti, rappresenta il sistema valoriale di riferimento, il discernimento fra bene e male, il senso del limite, oltre il quale dimora il vuoto desolante del nichilismo, nell'inquietante assenza di freni inibitori.
Il mero senso della vergogna, che, al contrario, non costiuisce un limite, ma l'esigenza di occultare le proprie malefatte allo scopo di farla franca, messo al posto del senso di colpa, fa sì che atti malvagi ed atroci non siano più inaccettabili ed aberranti in sé, ma semplicemente un qualcosa da tenere opportunamente nascosto agli occhi degli altri.
In questo senso il mio libro lancia un grido di allarme, ma, nel contempo, cerca una lucida via d’uscita dal nichilismo: il recupero della ragione come straordinaria facoltà regolativa del comportamento, in grado di sottrarci all’arbitrio delle pulsioni naturali.
Il tutto con la sincera convinzione che ciò significa anche restituire all’uomo attuale quella sua umanità che, a volte, le notizie di cronaca fanno sembrare definitivamente perduta nei meandri del nichilismo.
Roberto Rossolini
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"Nichilismo. Eterna lotta fra ragione e arbitrio",
Ed. L'Orecchio di Van Gogh, 2006
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