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Dalle politiche del “fanalino di coda” a quelle del “fanale di testa”…
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Ultimamente l’attenzione nei confronti della nostra scuola sembra essersi affievolita. Tuttavia un’analisi seria della situazione è importante, nel tentativo di mettere da parte la solita inconcludente demagogia che da tempo immemorabile circonda queste questioni e le legittime esigenze riformiste. Intanto possiamo dire che soltanto recentemente abbiamo assistito ad un cambiamento di rotta, che ha rimarcato la pericolosa degenerazione del concetto di diritto allo studio, che negli ultimi decenni ha distrutto la qualità scolastica, determinando uno svilente appiattimento verso il basso dei livelli formativi, nel nome di un’ipocrisia dilagante che persegue acriticamente il successo a tutti i costi, in una scuola sempre più votata al “parcheggio ricettivo”, piuttosto che alla formazione delle giovani generazioni. L’istituzione è stata quindi attraversata, nel tempo, da una serie di riforme (controriforme) e normative varie, che, mentre hanno inevitabilmente aumentato incertezze e rodaggi più o meno lunghi, non hanno mai colpito le radici di questa concezione distorta del diritto allo studio e, di conseguenza, le prassi ormai consolidate di svalutazione del merito e di incentivazione del numero. Occorre intervenire in tre direzioni: recupero della missione autentica della scuola pubblica, con la seria ricostruzione dei suoi obiettivi prioritari, che non sono quelli “alberghieri” o di “parcheggio sociale”…; salvaguardia del carattere unitario nazionale dell'azione formativa; attenzione alla ricaduta di ogni provvedimento sugli insegnanti. Anche questo punto è fondamentale e sempre dimenticato. Ogni azione di riforma che non tenga conto dei suoi effetti sulla funzione docente è destinata ad avere corto respiro. Non si possono introdurre novità, sia pure ispirate ad obiettivi validi, tralasciando di prestare attenzione alla loro ricaduta sulla vita scolastica, in termini di maggiori oneri ed impegni potenzialmente capaci di minare il consolidato equilibrio umano e professionale del personale docente. Ciò che occorre, insomma, è la conquista della massima collaborazione degli insegnanti, elemento essenziale per la riuscita, non soltanto formale, di ogni riforma.
Ma per far questo è necessario che chi concepisce i provvedimenti conosca profondamente e dal di dentro la realtà della scuola, affinché vi sia la sensibilità di non determinare nel personale motivati atteggiamenti di chiusura e di autodifesa, anziché di collaborazione e di proficua condivisione.
Parallelamente ai cambiamenti, dunque, si deve percorrere la strada dell’attenzione alle persone, in modo tale che non passi mai nella scuola il sospetto che l’innovazione sia portatrice di svantaggi e di ulteriori balzelli, in qualche modo “punitivi” nei confronti dei docenti. Tutto ciò va di pari passo con la cultura e la consapevolezza dei diritti sindacali e dello stato giuridico, verso il pieno riconoscimento dell’elevata e strategica importanza della funzione docente per i fini dello Stato (cfr. in questo sito, “Quesito di Antonella da Verona”, categoria “Quesiti”).
Insomma, chi governa e riforma la scuola non può non conoscerla.
Sappiamo che, purtroppo, accade sempre il contrario… Infatti, non c’è più tempo per altre priorità che tengano ancora in ombra i problemi dell’istituzione. L’imperativo categorico che vede la scuola pubblica come vera risorsa fondamentale non può essere disatteso ancora per molto.
Il vecchio “fanalino di coda” va “rispolverato” e trasformato in “fanale di testa”, con la consapevolezza che fare questo non è cosa di poco conto, perché significa, in concreto, garantire un futuro migliore ai nostri figli.
Roberto Rossolini
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