
Al venir meno della ragione, le pulsioni ferine prendono il sopravvento…
Percepisco il timore, almeno da parte del mondo intellettuale a me vicino, che l’umanità, così facendo, sia irrimediabilmente destinata a sprofondare nel nulla. Mi sembra il momento di usare il termine che la situazione richiede: barbarie! Viviamo tempi oscuri, inutile nascondercelo, e forse è giunta l’ora di smetterla con i toni morbidi e concilianti... Qualcuno, in buona fede, animato dai migliori sentimenti, rimane spaesato di fronte alla mia teoria dell’eterna lotta fra ragione e arbitrio, che vede l’uomo come ente finito negativo, perché teme che essa possa soffocare la scintilla positiva che c’è in ognuno di noi. Al contrario, questa sorta di fede ingenua, non coglie il ruolo proprio della scintilla originaria, che la mia teoria identifica con la lotta spirituale del cristianesimo più autentico e che riconduce alla straordinaria facoltà preposta al controllo: la ragione, speranza salvifica che il Logos Universale ha instillato in ognuno di noi. La responsabilità dell’uomo consiste nell’uso adeguato di questo dono, senza abbandonarsi tragicamente alle pulsioni negative della natura. Ormai tantissimi comportamenti quotidiani testimoniano la deriva morale della società contemporanea. Inutile addolcire la pillola. Si tratta di atteggiamenti personali e collettivi che minano in profondità la qualità della vita e della convivenza civile. Per seguire questo itinerario di riflessione, mi piace attingere al quadro valoriale cristiano e, naturalmente, al patrimonio della filosofia. Dunque, abbiamo sul tavolo i vecchi "vizi capitali" e la lotta spirituale per combatterli.
Superbia, avarizia, lussuria, invidia, gola, ira e accidia dominano la vita associata e la ragione, ormai, non è più in grado di opporsi all’avanzata del relativismo. Partiamo dunque dalla paura della morte, che è la madre di tutte le altre paure, nonostante il contesto culturale occidentale faccia di tutto per rimuovere questa realtà, con il risultato di amplificare dentro di noi l’angoscia e l’inquietudine esistenziale. La morte non è solo il termine della vita biologica, ma è una forza che opera continuamente nella nostra vita quotidiana, sotto forma di sofferenza, malattia, separazione, rottura, fine di tutto ciò che per noi è essenziale, al punto da provocare nell’individuo uno stato di disperazione e di turbamento profondo. Se, però, manca il fondamento, la gestione della “madre di tutte le paure” finirà per essere deviata sulle strade del relativismo, dove non c’è più differenza fra bene e male. Infatti, senza un quadro valoriale di riferimento, senza l’esercizio di una razionalità regolatrice, l’individuo è preda dei più bassi istinti.
La prima pulsione porta ad esorcizzare con qualsiasi mezzo la morte, attraverso l’esaltazione della propria vita, l’uomo vuole possedere e tenere per sé i beni della terra, vuole dominare sugli altri, pensando di assicurarsi in tal modo un’esistenza abbondante che gli permetta di combattere la morte con l'auto-affermazione. Diventa dunque ragionevole e giusto ogni comportamento finalizzato a questo scopo, anche a costo di nuocere agli altri e persino a se stessi. Purtroppo è così…
Ora andiamo a vedere cosa accade nel contesto sociale.
L’uomo si forma, cresce e matura mediante le relazioni con se stesso, con le cose e con gli altri e questi stessi rapporti sono costantemente esposti al rischio delle pulsioni che, se non contrastate dalla ragione, possono devastarci. Queste tendenze naturali fanno leva sul desiderio insito nell'uomo, mettendone in rilievo il "lato oscuro" e deviando in senso egocentrico tutti i dinamismi relazionali. Insomma, laddove la ragione vacilla, intesa come facoltà preposta al controllo delle pulsioni, la natura umana prende il sopravvento. Quando questa tendenza riesce a sopraffare il ruolo regolativo della ragione, le pulsioni agiscono indisturbate sulle sfere umane dell'amare, dell'avere e del volere, determinando così il predominio dell'eros, del possesso e del potere come affermazione di sé.
La seconda pulsione consiste nella spinta a sfuggire la fatica e a cercare unicamente ciò che ci procura piacere. Oggi si tende a ricercare ad ogni costo soluzioni ai problemi che comportino la soppressione dell’impegno, possibilmente facendo lavorare altri al posto nostro. Questa pulsione si traduce nella sfera erotica come perversione del desiderio sessuale, che trasforma il partner in un mero oggetto. Qui il quadro si fa complesso, ma basti dire che la dimensione sessuale viene ridotta a mero bisogno da soddisfarsi immediatamente. La capacità di disciplinare la pulsione sessuale viene meno, lasciando il posto ad una svilente assolutizzazione. Tutta la dimensione simbolica viene oggi cancellata, perché domina la riduzione dell’erotico a mera immagine spettacolarizzata. La dinamica dell'eros perde così il suo mistero: mistero di comunione che rimanda all'amore Trascendente, un mistero che Giovanni Paolo II arrivava a chiamare la "liturgia dei corpi". Senza l’azione di controllo della ragione, senza la lotta spirituale di contrasto, non è possibile strappare la sfera erotica alla dimensione ferina.
La terza pulsione è la corruzione dell’uomo, sedotto dalla bramosia del possesso che affascina e che attrae con il motto “tutto e subito”. Oggi l’idolatria del denaro è ormai palese. Basti pensare allo sfruttamento delle risorse del creato a beneficio esclusivo di pochi, incuranti delle enormi sofferenze che patiscono gli altri. Questa forma di idolatria si esprime nel considerare il possesso dei beni un fine in sé e nel tentare di giustificare ogni mezzo che consenta di accumulare il più possibile. Anche qui, se la lotta spirituale non va contro questa pulsione, che consiste nella ricerca della gloria personale e nell’affermazione di sé a spese degli altri, il singolo obnubilato trasforma la propria persona in assoluto. Naturalmente la società attuale nutre una simile bramosia con la pseudo-cultura della concorrenzialità e dell'individualismo esasperato, che vede nell'altro solo un ostacolo e un rivale. Risultato: una specie di delirio di onnipotenza…
È significativo, infatti, che la Bibbia insista, non tanto sugli atei, quanto sulla tentazione all'idolatria, che colpisce sia il credente, sia il non credente. La conclusione di questo itinerario è sconcertante. L’uomo contemporaneo, tutto preso da se stesso, ignora e disprezza il Trascendente, diventando schiavo dell’idolatria, succube di quelle pulsioni che affiorano dal cuore umano, risvegliandone gli elementi deteriori. Dunque, si tratta di scegliere con un atto di responsabilità e di libero arbitrio, perché nessuna tentazione della natura potrà mai eliminare la nostra libertà, che nel pensiero trova il suo massimo compimento. L’eterna lotta della ragione contro l’arbitrio dilagante rimane l’ultima speranza contro l’imbarbarimento della società contemporanea. Tuttavia il problema resta, perché lo scontro è diventato impari. La ragione ha perso il controllo sulle pulsioni negative della natura e la lotta spirituale contro di esse sembra ormai aver abbandonato l’orizzonte dell’uomo. In questo contesto le basse pulsioni emergono dall’animo umano, fino a dominarne l’esistenza. Mi è capitato di leggere pubblicazioni (della mia stessa ispirazione) in linea con questo approfondimento, come a mostrare che la mia teoria dell’eterna lotta fra ragione e arbitrio non adombra la scintilla originaria, anzi, ne esalta la forza indispensabile per la salvezza dell’umanità.
Riscontro con piacere che si parla sempre più di barbarie del relativismo, dove il senso del limite umano scompare nel nome del nichilismo, segno che lo spazio per i mezzi termini è ormai esaurito…
Roberto Rossolini
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