
La ragione e la dimensione etica nelle relazioni sociali sono disconnesse dal mondo contemporaneo?
"Falso è il vanto di chi pretende di possedere, all'infuori della ragione, un altro spirito che gli dia la certezza della verità."
(Baruch Spinoza)
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Da qualche tempo mi sto chiedendo, il post “Un’altra vita” ne è la prova, se non stia davvero diventando un soggetto “a-sociale”, cioè uno che ha problemi a rapportarsi con gli altri, perché non vuole uniformarsi ai meccanismi relazionali ormai acquisiti dalla società contemporanea. Per quanto io possa fare autocritica, non riesco a prescindere dalla realtà di tutti i giorni. Siamo circondati da modi di fare censurabili, almeno per me. La dimensione etica nelle relazioni sociali sembra definitivamente annichilita ed i criteri che animano la comunicazione fra individui appaiono gli stessi della società dei consumi, ovvero l'utilità, il tornaconto e il tempo = denaro, tanto che l'interlocutore viene spesso ridotto a mero strumento necessario per il raggiungimento di derteminati fini. Vogliamo parlare dell’ipocrisia di certi discorsi sulla politica? Si criticano determinati comportamenti, per poi sotto sotto approvarli, con una sorta di ammirazione per chi li pone in essere e per quel mondo del bengodi e del malcostume di cui sono piene le cronache. Si critica chi non paga le tasse e poi, appena possibile, si predilige un operaio che lavora in nero o si cerca di non pagare il canone Tv. Potrei continuare a lungo su questa strada, ma direi che possa bastare con i riferimenti all’esperienza sensibile.
Mi accorgo di essere sempre meno in sintonia con il mondo circostante e di avere sempre più difficoltà a condividere le posizioni di chi mi sta intorno. E’ su questa mia eterogeneità rispetto al reale che mi soffermo a riflettere. Risulta evidente che non vi è affatto uniformità fra razionale e reale e che viviamo in un tempo tutt’altro che conciliato. C’è dunque molta irrazionalità nel mondo e, allo stesso tempo, altrettanta accettazione da parte dell’umanità stessa. In altre parole sussiste una grande omogeneità fra le coscienze che vivono nel mondo ed il suo incedere irrazionale. Tutto questo è preoccupante. Purtroppo ciò che è reale è irrazionale e non esiste più unità fra pensiero e realtà. La conservazione di un mondo conforme a ragione di salvucciana memoria rappresenta ormai un’utopia. L’uomo è diventato irrazionale e l’arbitrio sembra aver definitivamente sconfitto la ragione. Una spiegazione a questo fenomeno mi viene da ciò che ho scritto nel libro sul nichilismo, edito da L’Orecchio di Van Gogh: “Le vicissitudini della vita esprimono, dunque, questa dinamica pendolare di lotta dialettica fra tendenza negativa e controllo della ragione, come facoltà umana distintiva rispetto al resto dei finiti, senza la quale non ci sarebbe differenza fondamentale. Oggi questo compito regolativo della ragione si è fortemente indebolito e l’umanità cammina spaesata, perché la natura tende a prevalere sulla facoltà preposta al controllo. La ragione perde quindi consistenza ed il nichilismo guadagna posizioni. La tensione ideale verso le soglie del terreno veritativo, unica speranza di salvezza e splendida possibilità concessa all’umanità per uscire dalle spire del nulla, è oggi in difetto, tanto da lasciare spazi sempre nuovi al nichilismo per la contaminazione dell’io.” (Roberto Rossolini, Nichilismo. Eterna lotta fra ragione e arbitrio, Ed. L’Orecchio di Van Gogh, 2006, Conclusione, pag. 139). Se ne deduce che l’eterogeneità fra ragione e irrazionalità dilagante ha ormai raggiunto livelli intollerabili, almeno per me e, voglio sperare, non soltanto per me, perché confido sempre nei “manipoli dell’arbitrium liberum”, che è pure un’espressione diffusamente usata nel libro, come speranza per la difficile ricostruzione di un mondo migliore per gli anni a venire…
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Roberto Rossolini

La tragica espressione della contaminazione dell'io... * Nichilismo. Eterna lotta fra ragione e arbitrio, Ed. L'Orecchio di Van Gogh, Conclusione, pag. 139.
Qualche giorno fa ho sentito un tizio, chiamato in qualità di esperto, rispondere alle domande preoccupate di una zelante giornalista televisiva riguardo al proliferare di fatti come quelli del povero clochard extracomunitario bruciato da un gruppetto di giovani. Costui, un sociologo per la verità, oltre ad affrontare il problema secondo quel tipico approccio pragmatico e più attento alle dinamiche che alle cause profonde, ha evocato categorie psichiatriche per classificare i soggetti protagonisti di simili gesti, spostando subito l’analisi sulle dinamiche sociali. Beh, mi trovo in disaccordo con questa impostazione intellettuale e spero vivamente che lo siano anche i Giudici che stabiliranno la giusta condanna da infliggere ai responsabili di reati del genere.
Ma quali categorie psichiatriche!
Qui ci troviamo di fronte ad una totale caduta dei valori regolativi del comportamento, unita ad un vuoto mentale di fondo, il tutto condito da uno strisciante razzismo.
Accade così che giovani, con il vuoto nella mente e con il cuore indurito dal nichilismo, tragicamente bisognosi di trasgressione, vadano a colpire il debole, l’emarginato, il diverso, dopo aver affogato nell’alcol tutto il non senso del loro agire…
Quando l’umanità è annichilita e il confine tra bene e male è abbattuto, ci si può anche divertire bruciando una persona, in quanto diversa, debole, scomoda, ormai privata di ogni dignità e concepita come un oggetto senza valore…
Purtroppo non si tratta di gente classificabile secondo le categorie della patologia psichiatrica, ma dell’espressione inquietante di giovani menti vuote e di animi duri come il ferro, che non compaiono all’improvviso, ma che vengono da precise responsabilità di un mondo adulto che ha smarrito da tempo il proprio ruolo e la direzione verso cui tendere… Questo stesso nichilismo è ormai penetrato profondamente nei giovani, che arrivano con sempre maggiore frequenza a gesti clamorosi di insensata violenza, quando le loro menti sono incapaci di comprendere e le loro pulsioni negative trovano ampia realizzazione per la mancanza di confini valoriali di riferimento.
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* “La ragione perde quindi consistenza ed il nichilismo guadagna posizioni.
La tensione ideale verso le soglie del terreno veritativo (…) è oggi in difetto, tanto da lasciare spazi sempre nuovi al nichilismo per la contaminazione dell’io”.
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Roberto Rossolini

Al venir meno della ragione, le pulsioni ferine prendono il sopravvento…
Percepisco il timore, almeno da parte del mondo intellettuale a me vicino, che l’umanità, così facendo, sia irrimediabilmente destinata a sprofondare nel nulla. Mi sembra il momento di usare il termine che la situazione richiede: barbarie! Viviamo tempi oscuri, inutile nascondercelo, e forse è giunta l’ora di smetterla con i toni morbidi e concilianti... Qualcuno, in buona fede, animato dai migliori sentimenti, rimane spaesato di fronte alla mia teoria dell’eterna lotta fra ragione e arbitrio, che vede l’uomo come ente finito negativo, perché teme che essa possa soffocare la scintilla positiva che c’è in ognuno di noi. Al contrario, questa sorta di fede ingenua, non coglie il ruolo proprio della scintilla originaria, che la mia teoria identifica con la lotta spirituale del cristianesimo più autentico e che riconduce alla straordinaria facoltà preposta al controllo: la ragione, speranza salvifica che il Logos Universale ha instillato in ognuno di noi. La responsabilità dell’uomo consiste nell’uso adeguato di questo dono, senza abbandonarsi tragicamente alle pulsioni negative della natura. Ormai tantissimi comportamenti quotidiani testimoniano la deriva morale della società contemporanea. Inutile addolcire la pillola. Si tratta di atteggiamenti personali e collettivi che minano in profondità la qualità della vita e della convivenza civile. Per seguire questo itinerario di riflessione, mi piace attingere al quadro valoriale cristiano e, naturalmente, al patrimonio della filosofia. Dunque, abbiamo sul tavolo i vecchi "vizi capitali" e la lotta spirituale per combatterli.
Superbia, avarizia, lussuria, invidia, gola, ira e accidia dominano la vita associata e la ragione, ormai, non è più in grado di opporsi all’avanzata del relativismo. Partiamo dunque dalla paura della morte, che è la madre di tutte le altre paure, nonostante il contesto culturale occidentale faccia di tutto per rimuovere questa realtà, con il risultato di amplificare dentro di noi l’angoscia e l’inquietudine esistenziale. La morte non è solo il termine della vita biologica, ma è una forza che opera continuamente nella nostra vita quotidiana, sotto forma di sofferenza, malattia, separazione, rottura, fine di tutto ciò che per noi è essenziale, al punto da provocare nell’individuo uno stato di disperazione e di turbamento profondo. Se, però, manca il fondamento, la gestione della “madre di tutte le paure” finirà per essere deviata sulle strade del relativismo, dove non c’è più differenza fra bene e male. Infatti, senza un quadro valoriale di riferimento, senza l’esercizio di una razionalità regolatrice, l’individuo è preda dei più bassi istinti.
La prima pulsione porta ad esorcizzare con qualsiasi mezzo la morte, attraverso l’esaltazione della propria vita, l’uomo vuole possedere e tenere per sé i beni della terra, vuole dominare sugli altri, pensando di assicurarsi in tal modo un’esistenza abbondante che gli permetta di combattere la morte con l'auto-affermazione. Diventa dunque ragionevole e giusto ogni comportamento finalizzato a questo scopo, anche a costo di nuocere agli altri e persino a se stessi. Purtroppo è così…
Ora andiamo a vedere cosa accade nel contesto sociale.
L’uomo si forma, cresce e matura mediante le relazioni con se stesso, con le cose e con gli altri e questi stessi rapporti sono costantemente esposti al rischio delle pulsioni che, se non contrastate dalla ragione, possono devastarci. Queste tendenze naturali fanno leva sul desiderio insito nell'uomo, mettendone in rilievo il "lato oscuro" e deviando in senso egocentrico tutti i dinamismi relazionali. Insomma, laddove la ragione vacilla, intesa come facoltà preposta al controllo delle pulsioni, la natura umana prende il sopravvento. Quando questa tendenza riesce a sopraffare il ruolo regolativo della ragione, le pulsioni agiscono indisturbate sulle sfere umane dell'amare, dell'avere e del volere, determinando così il predominio dell'eros, del possesso e del potere come affermazione di sé.
La seconda pulsione consiste nella spinta a sfuggire la fatica e a cercare unicamente ciò che ci procura piacere. Oggi si tende a ricercare ad ogni costo soluzioni ai problemi che comportino la soppressione dell’impegno, possibilmente facendo lavorare altri al posto nostro. Questa pulsione si traduce nella sfera erotica come perversione del desiderio sessuale, che trasforma il partner in un mero oggetto. Qui il quadro si fa complesso, ma basti dire che la dimensione sessuale viene ridotta a mero bisogno da soddisfarsi immediatamente. La capacità di disciplinare la pulsione sessuale viene meno, lasciando il posto ad una svilente assolutizzazione. Tutta la dimensione simbolica viene oggi cancellata, perché domina la riduzione dell’erotico a mera immagine spettacolarizzata. La dinamica dell'eros perde così il suo mistero: mistero di comunione che rimanda all'amore Trascendente, un mistero che Giovanni Paolo II arrivava a chiamare la "liturgia dei corpi". Senza l’azione di controllo della ragione, senza la lotta spirituale di contrasto, non è possibile strappare la sfera erotica alla dimensione ferina.
La terza pulsione è la corruzione dell’uomo, sedotto dalla bramosia del possesso che affascina e che attrae con il motto “tutto e subito”. Oggi l’idolatria del denaro è ormai palese. Basti pensare allo sfruttamento delle risorse del creato a beneficio esclusivo di pochi, incuranti delle enormi sofferenze che patiscono gli altri. Questa forma di idolatria si esprime nel considerare il possesso dei beni un fine in sé e nel tentare di giustificare ogni mezzo che consenta di accumulare il più possibile. Anche qui, se la lotta spirituale non va contro questa pulsione, che consiste nella ricerca della gloria personale e nell’affermazione di sé a spese degli altri, il singolo obnubilato trasforma la propria persona in assoluto. Naturalmente la società attuale nutre una simile bramosia con la pseudo-cultura della concorrenzialità e dell'individualismo esasperato, che vede nell'altro solo un ostacolo e un rivale. Risultato: una specie di delirio di onnipotenza…
È significativo, infatti, che la Bibbia insista, non tanto sugli atei, quanto sulla tentazione all'idolatria, che colpisce sia il credente, sia il non credente. La conclusione di questo itinerario è sconcertante. L’uomo contemporaneo, tutto preso da se stesso, ignora e disprezza il Trascendente, diventando schiavo dell’idolatria, succube di quelle pulsioni che affiorano dal cuore umano, risvegliandone gli elementi deteriori. Dunque, si tratta di scegliere con un atto di responsabilità e di libero arbitrio, perché nessuna tentazione della natura potrà mai eliminare la nostra libertà, che nel pensiero trova il suo massimo compimento. L’eterna lotta della ragione contro l’arbitrio dilagante rimane l’ultima speranza contro l’imbarbarimento della società contemporanea. Tuttavia il problema resta, perché lo scontro è diventato impari. La ragione ha perso il controllo sulle pulsioni negative della natura e la lotta spirituale contro di esse sembra ormai aver abbandonato l’orizzonte dell’uomo. In questo contesto le basse pulsioni emergono dall’animo umano, fino a dominarne l’esistenza. Mi è capitato di leggere pubblicazioni (della mia stessa ispirazione) in linea con questo approfondimento, come a mostrare che la mia teoria dell’eterna lotta fra ragione e arbitrio non adombra la scintilla originaria, anzi, ne esalta la forza indispensabile per la salvezza dell’umanità.
Riscontro con piacere che si parla sempre più di barbarie del relativismo, dove il senso del limite umano scompare nel nome del nichilismo, segno che lo spazio per i mezzi termini è ormai esaurito…
Roberto Rossolini

La desolazione del nulla...
Il recente interscambio culturale con il mio amico Andrea, il cui sito http://www.andreaanconetani.it/dblog/
contiene un'interessante teoria sulla “metafisica delle cose”, m'induce a questo approfondimento sul tema. A partire dal XIX secolo abbiamo assistito al prorompere dell’immanentismo nella vita sociale. Nel Novecento, infatti, la crisi del patrimonio filosofico del passato ha visto il proprio apice, in quanto tutto il sistema dei “saperi forti”, che costituiva da secoli il quadro di riferimento culturale, è stato colpito alle radici dallo sviluppo di un incipiente modello sociale basato sull’edonismo, sul consumismo e sulle logiche di mercato… Direi che la crisi della metafisica coincide, in sostanza, con la crisi dell’uomo contemporaneo, ridotto a vivere senza più ideali e riferimenti certi cui ispirare il proprio comportamento. Dunque, un coacervo di antimetafisiche si è abbattuto sulla povera metafisica, che ha avuto la peggio. La scienza ha fatto la sua parte, considerando senza senso ogni speculazione del pensiero e affermando il modello logico-matematico quale strumento fondante di una conoscenza empirica intesa come vera scienza, che rifiuta ogni tipo di ispirazione trascendente. Insomma, una specie di ondata antimetafisica (variegata e organizzata in più fronti: le antimetafisiche della scienza, più quelle del linguaggio, più quelle delle storia, più quelle psicoanalitiche, più quelle etiche ecc. ecc.), ha spazzato via tutto un patrimonio culturale di riferimento. C’è poi il mio “vecchio amico” nichilismo, che, grazie a quanto detto sopra, ha contaminato definitivamente la società contemporanea, decretando la fine della metafisica e del suo pensiero forte, sostituendoli con il pensiero debole e con l’incertezza di ogni fondamento…
E’ stato dunque predicato il presunto bisogno dell’uomo di affrancarsi dai quadri valoriali di riferimento, abbandonando qualsiasi forma di pensiero trascendente, per vivere un’esistenza radicale, scevra da ogni condizionamento metafisico, teologico ed etico… Il XX secolo ha cercato di ricostruire e di mantenere qualche tenue rapporto con la tradizione metafisica. Tuttavia la tendenza fondamentale ha continuato il suo corso. Il definitivo superamento della metafisica, in nome di una (per certi versi inquietante) libertà dell’uomo, ha continuato a diffondersi. Si tratta di un modello culturale, quello del pensiero debole, perfettamente compatibile con il sistema economico e sociale contemporaneo. Nell’affermare il nichilismo, il Novecento sembrava davvero certo di poter decretare la fine definitiva della metafisica, che, attualmente, oltre a non avere più alcuna ricaduta nella vita quotidiana, viene considerata, a livello intellettuale, una finzione, un’illusione, la pretesa di fondare ciò che non è, un pensiero totalizzante e coercitivo delle libere coscienze, la prevaricazione violenta dell’Essere sull’ente, cioè sull’uomo, che vuol vivere libero…
E’ chiaro che l’influenza di tutto questo sulla vita e sullo sviluppo dell’umanità appare incommensurabile. Ancora una volta il nulla, mio “vecchio interlocutore”, torna a tirarmi per la giacca, compiaciuto di aver vinto…! Il Novecento, dunque, si è aperto e si è chiuso lasciando irrisolto il grave problema del nichilismo e del suo proliferare al venir meno della metafisica. Questa ferita ancora aperta costituisce, oggi, la piaga dell’umanità, la sua “ultima malattia”…
Il mondo contemporaneo, infatti, sempre più immerso nella nebbia della mancanza del senso, si muove spasmodicamente, inconsapevole di ciò che, nel tempo, ha drammaticamente perduto.
Roberto Rossolini

Il rifiuto della diversità…
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In questi giorni la rete ferve per via del caso del bambino autistico trattato male ed escluso da parte del personale incaricato, nell’ambito di un’iniziativa per l’infanzia promossa da un grande gruppo commerciale. Commenti di tutti i generi riempiono i forum dedicati alla protesta pubblica attuata dalla madre del bimbo. Nell'esprimere la piena solidarietà al bambino e alla mamma, va premesso che, come ci dice il web, l’azienda interessata ha già preso le dovute distanze dall’accaduto ed ha contattato la signora per cercare di rimediare allo spiacevole episodio.
Forse è il caso di analizzare più a fondo le ragioni di questo fatto.
Se, come sostengo sempre, la filosofia è davvero coscienza e spiegazione del mondo, è possibile procedere ad una lettura più approfondita di questo genere di cose.1
Senza andare troppo indietro nel tempo, alla ricerca del retaggio occidentale costituito dalla logica aristotelica dell’identità e non contraddizione, andrei a trovare le radici di simili comportamenti proprio nella caduta dei valori di riferimento che, purtroppo, caratterizza sempre di più la preoccupante deriva della società contemporanea. Il rispetto della persona e della vita è ridotto a nulla. Ciò che conta davvero è apparire ed avere, sopra tutto e tutti. Se leggiamo il caso alla luce di questa prospettiva, possiamo comprendere meglio l’inquietante origine di certe forme di esclusione e di mancato rispetto, anche nei confronti dell’infanzia in condizioni di difficoltà. Non conta dunque la persona, ma il suo ruolo sociale e il suo modo di apparire. Conta molto l’efficienza e la rapidità del fare, perché il tempo è denaro. Ecco che non c’è riconoscimento per chi è lento, poco efficace nelle azioni, diverso rispetto ai modelli esteriori, elevati a canoni cui ispirare i comportamenti. Un bambino con difficoltà, evidentemente diverso, rappresenta proprio quel potenziale adulto anormale, lento, inefficace, soccombente, capace un giorno di intralciare la veloce corsa di una società dei consumi, che cerca spasmodicamente le luci della ribalta e non la cura della dimensione interiore. La spiegazione di questo, come di molti altri casi, va ricercata nel culto dei disvalori che caratterizza il nostro tempo. In questo modo, purtroppo, l’umanità si ritrova sempre più immersa nel relativismo e sempre più incapace di uscire dalle spire del nulla. Quando i disvalori sostituiscono surrettiziamente il quadro valoriale di riferimento, il nichilismo ha strada facile per la contaminazione dell’io…
Trovo ciò che ho scritto straordinariamente calzante per questa riflessione: “Non si va alla ricerca del Vero, ma si vive assolutizzando i criteri di utilità. Non si punta (…) alla ricerca del senso, ma al creativo porre, formare, plasmare, vincere, volere. Non si tratta di cercare o di scoprire, ma di porre (…). E’ vero ciò che è utile, piacevole, eccitante, ciò che (…) incrementa la vita sulla terra. (…) Il giudizio di fatto è assimilato al giudizio di valore (…). (…) I giudizi devono dimostrare (…) la loro utilità (…); essi devono essere provati non rispetto alla loro Verità, ma rispetto alla loro mera operatività nei confronti delle esperienze della vita."2
Riuscirà una ragione ormai emarginata e ridotta ai minimi termini a riprendere il timone della nave per guidare le scelte dell’umanità verso un’esistenza mondana più civile e vivibile per tutti?
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Roberto Rossolini
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1 Nichilismo, eterna lotta fra ragione e arbitrio, Editore L’Orecchio di Van Gogh, 2006,
ISBN 88-87487-39-1, cap. IX
2 Nichilismo, eterna lotta fra ragione e arbitrio, Editore L’Orecchio di Van Gogh, 2006,
ISBN 88-87487-39-1, pag. 23.

ISBN: 88-87487-39-1
Il problema del fondamento è uno dei temi principali del libro
Più che di rapporto fra ragione e fede parlerei, a mio avviso più correttamente, di delicato rapporto fra scienza e fede, convinto come sono che nel primo caso la presunta dicotomia sia facilmente eliminabile. Basti pensare alla lezione kantiana. La ragione anela all’incondizionato e pensa l’idea del Sommo Bene, così come la fede crede nel Sommo Bene. In sostanza la questione è riconducibile al concetto di origine e fondamento di tutte le cose. Non è possibile, dunque, strappare la finitezza dalla sua origine. Vale a dire che gli enti finiti non possono essere privi di fondamento. La stessa “Fides et ratio” di Giovanni Paolo II invita a passare dal fenomeno al fondamento. E’ chiaro dunque che ogni tentativo di assolutizzare l’ente, separandolo dall’Essere, è destinato a non andare lontano. Di pari passo tutti gli sforzi di sradicare l’io finito dal Logos creatore non potrebbero fare di meglio, perché il processo di riduzione scoprirebbe, suo malgrado, che il problema del fondamento risorgerebbe ogni volta dalle sue stesse ceneri. Queste sono le profonde ragioni della fede, così come la filosofia afferma le altrettanto profonde prerogative della ragione. Confido nella straordinaria attualità della ragione di Kant, che non nega mai al fenomeno la sua origine e il suo fondamento. Ma potrei citare anche un altro grande filosofo: “La religione, ci ha insegnato Hegel, ha lo stesso oggetto della filosofia, il Vero, ma differisce per la forma”.1 Nel caso del secondo rapporto, quello tra scienza e fede, la cosa si complica molto ed è necessario il rimando all’apposito contributo qui presentato: “Fra scienza e fede: contestazioni a Papa Benedetto XVI, nel nome di una ormai famigerata citazione di Feyerabend“.
Roberto Rossolini
1 Nichilismo. Eterna lotta fra ragione e arbitrio, Ed. L'orecchio di Van Gogh, 2006, pag. 14

“(…) Il fare mio e il fare di Dio,
che è pure una aperta espressione di Kant”.
Italo Mancini, sacerdote, filosofo, docente universitario
(4 marzo 1925 - 7 gennaio 1993)
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Le motivazioni che hanno determinato l’opposizione nei confronti dell’intervento del Santo Padre, Benedetto XVI, all’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università di Roma “La sapienza” si sono ispirate alla più intransigente contrapposizione fra scienza e fede. In sostanza, come ci hanno riportato le cronache della vicenda, si è detto che la scienza ricerca la verità con metodi oggettivi, mentre la fede lo fa per via dogmatica. Ma l’ormai famosa frase dell’austriaco Paul K. Feyerabend (1924-1994), controverso filosofo della scienza, è apparsa come il fattore determinante rispetto all’inammissibilità dell’intervento papale. Si fa riferimento ad una pregressa citazione, tratta dal testo di un discorso che l’allora cardinale Ratzinger tenne nel 1990. Questo fatto, secondo il gruppo dei contestatori, rendeva incompatibile l’intervento del Papa, nella difesa della scienza e del carattere laico dell’università. Anzitutto, come premessa, si possono già presentare queste tre argomentazioni: l’università, per sua natura, dovrebbe essere l’espressione più alta dell’universalità, dell’apertura e del confronto, principi che rappresentano il fondamento stesso della ricerca scientifica; il corretto esercizio intellettuale prescinde da atteggiamenti di intolleranza e di mancato ascolto; chiudersi a riccio sulle proprie posizioni non fa altro che affermare quel dogmatismo contro il quale si scaglia la contestazione stessa. In secondo luogo, la posizione appare, nel merito, concettualmente debole. Quel discorso del card. Ratzinger intendeva evidenziare la mancata assolutezza delle certezze umane. Il citato Feyerabend si scagliava contro Galileo, non per negare alla rivoluzione scientifica il suo reale valore oggettivo, ma semplicemente perché intendeva smascherare la presunta propaganda che lo scienziato pisano avrebbe a suo parere imbastito per avvalorare esperienze prive di inconfutabili riscontri concreti. Non si può certo dire, per questo, che il filosofo, allievo “sui generis” di karl Popper, volesse fare un’apologia dell’inquisizione! Il senso delle sue affermazioni è semmai quello che non ci sono regole invariabili nella conoscenza scientifica (atteggiamento possibilista) e che Galileo riuscì ad affermare la cosmologia copernicana grazie alle sue capacità persuasive, in assenza di prove sufficienti ad avvalorare la tesi eliocentrica…
Secondo Feyerabend la rivoluzione scientifica di Galileo si basava su una profonda convinzione, in pieno contrasto con il sentire dei suoi contemporanei, tanto da comprendere la posizione del card. Bellarmino, che, nell’accusare Galileo, gli suggeriva di dichiarare l’eliocentrismo una semplice congettura e non una certezza, al fine di non turbare la pace sociale dell’epoca. Le controverse tesi di Feyerabend, peraltro, non sono prive di provocazioni molto discutibili, quando arriva a dire che non vi è un limite netto fra il mondo scientifico e quello che non lo è, addirittura con conseguente rivalutazione delle ragioni dell’astrologia…!
Del resto anche il pensiero debole di Vattimo non è lontano dalle suddette posizioni sulla relatività delle teorie, che sono ben lungi dall’avere un valore assoluto, anzi questo dipende dalla effettiva capacità di convinzione che esse riescono a conquistarsi nella comunità scientifica del proprio tempo…
Dunque mi pare davvero insostenibile l’idea che Papa Benedetto XVI, allora card. Ratzinger, volesse difendere l’inquisizione, condividere le ardite tesi di Feyerabend, giustificare la condanna di Galileo da parte della Chiesa di allora... Manca soltanto l'accusa di voler restaurare il sistema geocentrico...
Il Pontefice, insomma, intendeva ed intende soltanto affermare, dal punto di vista filosofico, che la scienza ha dei limiti, proprio perché la conoscenza umana ha dei limiti e che quindi essa non può restare avulsa da una ragione che aneli alla trascendenza e al Sommo Bene.
Questa posizione filosofica non è trascurata dal mio libro, “Nichilismo. Eterna lotta fra ragione e arbitrio”, L’Orecchio di Van Gogh editore, anzi è sviluppata nella direzione in cui il pensiero tendente all’incondizionato rappresenta il coronamento ed il senso della conoscenza scientifica: “Uno sguardo fisso sui fatti non potrà mai cogliere e capire il senso della vita. Il mondo del senso non è quello dei dati che si scontrano e si incrociano, ma quello della ragione, delle grandi idee, dei progetti a cui il mondo dei fatti va ricondotto”. (pag. 138)1
Non è dunque chiaro come si possa ritenere il Papa negatore della scienza, indulgente nei confronti dell’inquisizione ai danni di Galileo e sostenitore delle tesi di Feyerabend, per averne ripreso un'affermazione allo scopo di evidenziare, con diversi esempi, la finitezza della conoscenza umana...
Eppure la famigerata citazione del filosofo austriaco ha mosso la contestazione. L’università in generale, mentre fa salire in cattedra sportivi, comici e cantanti, conferendo discutibili lauree honoris causa ai più svariati personaggi, nel nome di una ormai incontrollata apertura alla cosiddetta società civile…, nel caso specifico, esprime componenti che si sono opposte all’intervento di una figura di incontestabile autorevolezza e di alta cultura come quella del Pontefice, inducendolo a declinare l’invito offerto dallo stesso Rettore!
Anziché ricercare l’armonia fra scienza e fede si è scivolati sulla strada della contrapposizione e del mancato confronto. Al contrario il rapporto fra scienza e fede rappresenta una sfida fondamentale dell’occidente. Il moderno sviluppo scientifico porta senza dubbio innumerevoli effetti positivi all’umanità. Ma questo non è sufficiente a garantire il progresso della coscienza collettiva, perché considerare vero soltanto ciò che è sperimentabile significa inibire in modo drastico le possibilità della ragione, eliminando pericolosamente le prospettive del pensiero e del mondo delle idee. L’uomo, infatti, ha ricevuto dal Logos Creatore una grande capacità di conoscenza scientifica, se pur limitata al mondo dei fenomeni e, nel contempo, la straordinaria facoltà di pensare l’incondizionato. Dunque scienza e fede, intelletto e ragione, di kantiana memoria, non sono in contrasto, ma, dialogando, possono consentire all’uomo di esprimersi al meglio. Del resto lo stesso testo del mancato discorso del Papa è illuminante in tal senso.
Sì alla scienza, ma anche apertura alla compiuta realizzazione dello spirito umano, nella dimensione più ampia del pensiero, proteso verso i grandi interrogativi della vita.
Le parole del Santo Padre, che sono rimaste fuori dall’Università di Roma "La Sapienza" in nome di una presunta laicità e di una difesa preventiva nei confronti di ogni inopportuna ingerenza della fede ai danni della scienza, non fanno altro che sottolineare la posizione filosofica sopra espressa:
“È necessario fare un ulteriore passo. L’uomo vuole conoscere - vuole verità. Verità è innanzitutto una cosa del vedere, del comprendere, della theoría, come la chiama la tradizione greca. Ma la verità non è mai soltanto teorica. Agostino, nel porre una correlazione tra le Beatitudini del Discorso della Montagna e i doni dello Spirito menzionati in Isaia 11, ha affermato una reciprocità tra "scientia" e "tristitia": il semplice sapere, dice, rende tristi. E di fatto - chi vede e apprende soltanto tutto ciò che avviene nel mondo, finisce per diventare triste. Ma verità significa di più che sapere: la conoscenza della verità ha come scopo la conoscenza del bene. Questo è anche il senso dell’interrogarsi socratico: Qual è quel bene che ci rende veri? La verità ci rende buoni, e la bontà è vera: è questo l’ottimismo che vive nella fede cristiana, perché ad essa è stata concessa la visione del Logos, della Ragione creatrice che, nell’incarnazione di Dio, si è rivelata insieme come il Bene, come la Bontà stessa. Nella teologia medievale c’è stata una disputa approfondita sul rapporto tra teoria e prassi, sulla giusta relazione tra conoscere ed agire - una disputa che qui non dobbiamo sviluppare”. (Brano tratto dal discorso di Papa Benedetto XVI, 16 gennaio 2008)
Roberto Rossolini
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1"Nichilismo. Eterna lotta fra ragione e arbitrio",
Ed. L'Orecchio di Van Gogh, 2006
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Smarrito il senso di colpa... l'uomo diventa lupo...
I concetti chiave di una bella intervista televisiva ad un noto psichiatra mi danno lo spunto per questo approfondimento.
Nell’ascoltare quelle parole ho rafforzato le mie convinzioni rispetto alla fondatezza della teoria della lotta fra legge morale e natura umana, che ho avuto modo di esplicitare nel mio libro “Nichilismo. Eterna lotta fra ragione e arbitrio”, pubblicato nel 2006 per L'Orecchio di Van Gogh editore.
Le aberranti notizie di violenza, provenienti sia dal mondo adulto, sia da quello giovanile, mettono in evidenza la preoccupante caduta dei valori di riferimento, come espressione del profondo e desolante degrado morale della società contemporanea.
La mia teoria, espressa nel libro, muove dalla considerazione che l’uomo è per natura un ente finito negativo in quanto derivato dall’Essere mediante creazione. Questo concetto di partenza è del resto vicino alla posizione di Hobbes, quando afferma che l'uomo è un lupo per l'uomo stesso, “homo homini lupus”.
La natura umana è fondamentalmente egoistica e negativa. Il comportamento dell'uomo è dunque dettato dall'istinto di sopravvivenza e di sopraffazione, secondo cui solo un’ancestrale spinta aggressiva lo spinge verso l’altro da sé. Pertanto società ed amicizie si costruiscono sulla base del timore reciproco.
Se non vi fosse il carattere cogente delle leggi, lo stato di natura prenderebbe il sopravvento e l’istinto di danneggiare gli altri e di eliminare chiunque sia di ostacolo al soddisfacimento dei propri obiettivi troverebbe il culmine della sua estrinsecazione.
In sintesi, la morte tua è la vita mia, “mors tua vita mea”.
A questo punto il mio ragionamento va oltre l'approdo di Hobbes, perché nella teoria dell’eterna lotta fra ragione e arbitrio c’è anche l’elemento della speranza salvifica, affidata al ruolo fondamentale della ragione come funzione regolativa del comportamento umano.
Il disegno del Logos ha dunque voluto la natura finita soggetta al destino di essere sopraffatta dalla ragione e dal suo sistema valoriale di riferimento, il tutto nell’andamento pendolare dell’eterna lotta fra ragione e arbitrio.
Il nichilismo contamina l’io quando questo ruolo regolativo della ragione viene meno e dall’orizzonte scompare quella consapevolezza del limite, atta a contenere la volontà di potenza che scaturisce dalle profondità naturali dell’animo umano.
La ragione, pensando a Kant, ha in sé la forza per sconfiggere il nichilismo: “Il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me”.
Attraverso la straordinaria positività del pensiero, opposto alla volontà di potenza di derivazione naturale, si realizza così il destino dell'uomo, secondo il grande disegno del Logos Creatore.
Condivido molto le amare considerazioni espresse dallo psichiatra nell’intervista di cui sopra.
La società attuale ha dunque smarrito il senso di colpa, che è stato soppiantato dal senso della vergogna. Il senso di colpa, infatti, rappresenta il sistema valoriale di riferimento, il discernimento fra bene e male, il senso del limite, oltre il quale dimora il vuoto desolante del nichilismo, nell'inquietante assenza di freni inibitori.
Il mero senso della vergogna, che, al contrario, non costiuisce un limite, ma l'esigenza di occultare le proprie malefatte allo scopo di farla franca, messo al posto del senso di colpa, fa sì che atti malvagi ed atroci non siano più inaccettabili ed aberranti in sé, ma semplicemente un qualcosa da tenere opportunamente nascosto agli occhi degli altri.
In questo senso il mio libro lancia un grido di allarme, ma, nel contempo, cerca una lucida via d’uscita dal nichilismo: il recupero della ragione come straordinaria facoltà regolativa del comportamento, in grado di sottrarci all’arbitrio delle pulsioni naturali.
Il tutto con la sincera convinzione che ciò significa anche restituire all’uomo attuale quella sua umanità che, a volte, le notizie di cronaca fanno sembrare definitivamente perduta nei meandri del nichilismo.
Roberto Rossolini
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"Nichilismo. Eterna lotta fra ragione e arbitrio",
Ed. L'Orecchio di Van Gogh, 2006
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Dove acquistare il libro:
ordinabile in tutte le librerie utilizzando il codice
ISBN 88-87487-39-1
On line su tutti i siti dedicati ai libri, come:
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Ogni giorno siamo costretti a convivere con una deleteria forma mentis burocratica, con comportamenti illogici e privi di buon senso…
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Ormai sono passati molti anni da quando il compianto Prof. Pasquale Salvucci presentava, dall’alto della sua dottrina, l’idea di un mondo conforme a ragione, dove si rivelava fondamentale preservare quanto di razionale l’umanità era riuscita a costruire attraverso secoli di pensiero filosofico. Se guardiamo alla realtà di oggi, avvertiamo forte il contrasto tra quei precetti universitari e la vita di tutti i giorni.
Dov’è finita la famosa affermazione hegeliana: “Ciò che è razionale è reale, ciò che è reale è razionale”? Direi proprio che si sta avverando il contrario, perché ciò che è reale è, purtroppo, irrazionale.
Non solo è definitivamente rotta l’unità fra pensiero e realtà, ma il pensiero, come tale, non esiste più, in quanto ciò che domina è l’irrazionalità e l’illogico finisce per caratterizzare l’esperienza mondana.
Nella vita di tutti i giorni riscontro questa condizione. Nel lavoro e nei rapporti umani.
Sempre più spesso mi trovo di fronte a soggetti che non hanno alcun fondamento logico o, meglio, che, credendo di averne, si basano su presupposti errati, risultando, quindi, irrazionali! Gli esempi potrebbero essere molteplici, ma, per evitare di fare riferimenti a persone e a fatti riconoscibili, evito di nominarli.
Non resta che denunciare questa diffusa irrazionalità, proprio come mi ha insegnato il Prof. Salvucci, in conformità al suo concetto di filosofia “militante”.
Con il passare del tempo i miei schemi mentali faticano maggiormente a “categorizzare” il mondo circostante. Mia moglie direbbe che, con gli anni, sto diventando sempre più “orso”… Ma non credo sia così semplice. Quando assisto a comportamenti ed approcci radicalmente opposti ai miei, classificati dalla ragione come irrazionali, sia nella vita sociale, sia nel lavoro, piuttosto che pensare al carattere da “orso”, direttamente proporzionale all’aumentare dell’età, mi viene in mente la teoria dell’arbitrium brutum, contenuta nel mio libro
“Nichilismo, eterna lotta fra ragione e arbitrio”, edito da L’Orecchio di Van Gogh1.
Quando, soprattutto sul lavoro, vedo cose non conformi a ragione, fatte sulla base di motivazioni inconsistenti, contingenti e formalistiche, del tutto estranee a criteri di logica e di buon senso, non posso che schierarmi dalla parte degli arbitria libera!
So bene, perché molti anni fa ho frequentato uno studio legale, che il diritto è, o, meglio, dovrebbe essere logica e buon senso. L’insulsa burocrazia, espressione di una certa mentalità burocratica, è l’esatto contrario.
Quando vedo prese di posizione che, venendo da personalismi e da attenzioni di facciata, finiscono per prescindere dalla sostanza delle questioni, non posso che rifiutarle in nome dell’arbitrium liberum!
E via di seguito.
Purtroppo l’arbitrium liberum è oggi tristemente minoritario e l’arbitrium brutum, preponderante, domina lo scenario attuale.
Ma, come ho cercato di dire nel mio libro, ritengo che la speranza risieda in un atto ponderato di ritrovata fiducia nella ragione (kantiana), capace di frenare l’arbitrium brutum che sta gettando l’umanità nelle spire del nulla.
Mi consolo pensando alle cose fatte, alla scelta di fondo, sempre dalla parte della ragione e dell’arbitrium liberum, al libro pubblicato, a questo sito, alla fedeltà alla lezione kantiana, che ci consente di rifiutare e di condannare, a livello noumenico, l’arbitrium brutum con cui siamo costretti a convivere a livello fenomenico.
Ma questo conforto non sempre è sufficiente a lenire la mia preoccupazione per il futuro dei nostri figli...
Roberto Rossolini
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1"Nichilismo, eterna lotta fra ragione e arbitrio"
Ed. L’Orecchio di Van Gogh, 2006
Dove acquistare il libro:
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Nella discussione e nel confronto dei ragionamenti si esprimono i diversi approcci e le differenze fra le strutture logiche del pensiero.
Di recente, in Istituto, discutendo peripateticamente con un collega, anche lui abilitato in filosofia, mi è capitato di riflettere sul rapporto fra logica e prassi.
Parto, anche in questo caso, dalla tesi di fondo del mio libro, che include, fra le altre questioni, il problema della filosofia e del suo ruolo nella società attuale: “Ciò che manca, a mio avviso, è filosofia, nel senso che viene meno la tensione ideale in grado di guidare il cammino del mondo. (…) La ragione dorme e il nichilismo imperversa al venir meno della filosofia”. 1
Nel nostro tempo, la negazione attuata dalla forza dell’immediato vuole l’annientamento di tutti gli ostacoli che la ragione oppone al proliferare dell’effimero. Per questo è importante conservare quanto di ragionevole resiste al passaggio del nulla. Dietro atti ragionevoli c’è sempre una filosofia, una tensione ideale che guida scelte e comportamenti. Chi vive affidandosi alla ragione anziché al nichilismo esprime una visione del mondo e un universo valoriale di riferimento. In questo contesto è riscontrabile l’effetto di due logiche contrapposte: quella aristotelica dell’identità e non contraddizione e quella hegeliana della dinamica tesi-antitesi-sintesi. Ciò comporta approcci diversi nei confronti della realtà e dei problemi.
Nella vita quotidiana possiamo trovare esempi pratici di questa contrapposizione.
Vediamo come.
Il nostro mondo è tutt’altro che conciliato, tanto che emergono spesso conflitti e divergenze di varia natura. Di fronte a queste situazioni gli “aristotelici”, vedi il mio collega di cui sopra, si mettono sulla difensiva e iniziano ad articolare ragionamenti volti all’eliminazione delle antitesi, nel tentativo di ripristinare l’identità e la non contraddizione delle idee. Questa logica, infatti, tende a vedere come una minaccia ogni antitesi potenzialmente portatrice di cambiamenti repentini e di turbamenti del quieto susseguirsi dei ragionamenti. E’ valutato come positivo tutto ciò che procede uguale a se stesso e che non produce conflitti nella successione dei concetti. Appena si percepisce la possibile minaccia di un’antitesi si cerca di disinnescarla attraverso l’introduzione di “idee antidoto” in grado di limitarne la portata. Mi sembra di notare, però, che a questo pensiero sfuggano, a volte, le effettive implicazioni della realtà. In altre parole, spesso la molteplicità del particolare tende a sfuggire al suo universale. Ritengo quindi che, dal punto di vista gnoseologico, emerga questo limite. Difatti il mio collega solo recentemente ha preso coscienza di certe situazioni spiacevoli e di determinate dinamiche relazionali negative presenti nel nostro ambiente lavorativo. La sua logica, classificando come dirompenti simili vicende, cercava in tutti i modi di espungerle dalla sfera del ragionamento, non riuscendo a riconoscerle come concrete e reali.
Chi predilige, invece, la logica hegeliana (come nel mio caso, pur essendo per molti versi anche convinto assertore del sistema kantiano), mi sembra che abbia in molti casi una visione più concreta del mondo, in cui all’universale del pensiero non sfugge l’effettiva portata degli eventi e le molteplici implicazioni del reale.
Ritengo che la spiegazione vada ricercata nel fatto che nella logica hegeliana l’universale implica il particolare in un processo dinamico in cui “(…) il concreto è un cum-crescere, cioè un crescere con il tutto, è compartecipazione al tutto. Il concreto quindi come implicito nel tutto. L'universale implica il particolare e il particolare l'universale” .2
In questo modo il pensiero sembra dominare meglio la molteplicità e la complessità del reale, perché entrambi “cum-crescono” nel processo dinamico della conoscenza. Tuttavia, come il mio libro cerca di evidenziare, ritengo che sia fuori discussione la validità del sistema kantiano, nella sua architettura basata sulla distinzione tra fenomeno e noumeno, perché trovo che questa interpretazione colga fino in fondo la drammatica condizione dell’uomo, lacerato e dualizzato, coinvolto fino in fondo nel mondo dei fenomeni, ma con lo sguardo rivolto a quello dei noumeni. Ricordo di aver studiato, ai tempi dell’Università, l’interessante tesi dei sistemi filosofici come coscienza del proprio tempo. A tale proposito la filosofia di Kant esprimeva pienamente la condizione della borghesia tedesca dell’epoca, ricca e riconosciuta dal punto di vista sociale, ma frustrata e non realizzata a livello politico.
L’uomo del nostro tempo, deprivato del senso del proprio limite, dominato e obnubilato dalla sua stessa volontà di potenza, non è meno lacerato di quello settecentesco, ai tempi di Kant.
Per questo vorremmo che: “ (…) l'uomo kantianamente inteso possa prendere coscienza della sua finitezza, legata alla mondanità, mantenendo viva la tensione ideale che lo affranca dal nichilismo (…). La nostra conoscenza non può andare oltre il mondo dei fenomeni. A questa consapevolezza spetta il compito di frenare la volontà di potenza che spinge l’uomo sul baratro di ogni genere di atrocità. Solo la ragione può fornire la coscienza del limite legato alla finitezza della nostra natura, lasciandoci liberi di anelare al mondo delle idee, allo spazio dell’invocazione, ai valori fondamentali della vita, a quella tensione ideale in grado di sorreggere il cammino dell’umanità. Come sosteneva il compianto Prof. Italo Mancini, parlando di Kant, alla ragione, cui è negata la possibilità di conoscere l’incondizionato, è consentito di realizzare la straordinaria esperienza di pensarlo. Nel pensiero si realizza, così, la nostra massima istanza di libertà”.3
Roberto Rossolini
Note:
1) Roberto Rossolini, Nichilismo, eterna lotta fra ragione e arbitrio, Ed. L’Orecchio di Van Gogh, Chiaravalle (An) 2006, Conclusione, pag. 137
2) Idem, pag. 61.
3) Idem, Appendice, pag. 141.
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