
ANSA:
"Alunno 13 anni pugnala professore
Aggressione durante lezione di musica in scuola media a Chioggia
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CHIOGGIA (VENEZIA), 17 FEB - Un alunno di 13 anni ha pugnalato il suo professore in classe durante la lezione, conficcandogli un coltello nella schiena. E' accaduto in una scuola media di Chioggia. L'insegnante e' ricoverato in ospedale in prognosi riservata, ma non e' in pericolo di vita, mentre lo studente e' stato denunciato. Secondo le prime indagini, sembra che il ragazzino avesse rapporti tesi con l'insegnante di musica e si sarebbe portato dietro il coltello da casa, aggredendo l'uomo a sorpresa".
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Nel leggere questa notizia, ANSA, 17/02/2009, ore 10.39, ho fatto un salto sulla sedia! Se lasciamo perdere i luoghi comuni ed entriamo nel merito della questione con obiettività, ne usciamo malconci ed allarmati… Chiediamoci perché un ragazzino di 13 anni arrivi a tanto… La risposta è che il quadro valoriale di riferimento è completamente assente.
La scuola, come istituzione educativa, non conta più nulla. La figura adulta, come tale, non rappresenta più un modello da rispettare, l’insegnante come educatore non solo non ha più niente da dire, ma costituisce una sorta di fastidioso limite da aggirare o, come in questo caso, addirittura da eliminare! Se consideriamo in quale contesto socio-culturale possa essere maturato un simile gesto la situazione diventa ancora più preoccupante. Quali esempi, quali precetti fanno parte del bagaglio educativo dei nostri giovani? “L’occhio pedagogico” ci fa guardare al loro mondo con preoccupazione: senso del limite sempre più vago, crescente incapacità di controllare la frustrazione, bisogno di soddisfare a tutti i costi il proprio ego… Il benessere viene identificato sempre più con il fare ciò che si vuole, possibilmente allontanando il dovere per alimentare il piacere e la convivenza con il mondo adulto può sussistere pacificamente, a patto che quest’ultimo non frapponga ostacoli allo scorrere della vita…
Fatti inquietanti come quello del professore aggredito in classe fanno capire che c’è un “iceberg” di nichilismo educativo, spesso latente e silenzioso, la cui punta a volte esplode in episodi eclatanti come quello citato. Nella mia esperienza vedo, soprattutto nei ragazzi più grandi, questa pericolosa incapacità di gestire il limite e la frustrazione ad esso collegata, segno grave che l’interiorizzazione delle regole entro le quali costruire un modello di vita non è stata sufficientemente sperimentata. C’è da chiedersi quali modelli questa società abbia propagandato al mondo giovanile… Se invece di studiare il giovane telefona o ascolta musica non importa, perché la sua soddisfazione personale conta più di ogni altra cosa. Se nessuno lo intralcia bene, ma se qualcuno gli rompe le “uova nel paniere”, magari tediandolo con regole, senso del dovere e altri limiti del genere, la frustrazione cresce fino a spingerlo alla ribellione totale, per riconquistare quel fragile ed illusorio benessere che senso del dovere e impegno quotidiano rischiano di compromettere…
Il vuoto interiore manifestato dai giovani deriva dallo smarrimento del senso del limite che il mondo adulto della volontà di potenza ha definitivamente attuato. La conclusione può essere sintetizzata in una domanda: “Quanto nichilismo educativo si nasconde dietro i comportamenti sconsiderati dei giovani?”
Roberto Rossolini

L'indagine 2008 della Società Italiana di Pediatria, dal titolo: “Abitudini e stili di vita degli adolescenti”, rivela il vuoto esistenziale delle giovani generazioni…
Gli adolescenti si sentono soli!
Nonostante possano circondarsi di ogni sorta di “amici” tecnologici restano vittime del loro stesso vuoto esistenziale. Purtroppo la pubblicazione della ricerca annuale della Società Italiana di Pediatria torna a mettere davanti all’indifferenza del mondo adulto il dramma che stanno vivendo i giovani. Solo apparentemente appagati da mille possibilità di svago e da una miriade di stimoli tecnologici, convivono ogni giorno con il vuoto interiore. Questo stato di dipendenza dall’effimero, che non compensa il loro senso di solitudine, li spinge a cercare rifugio nell’alcol, nella droga e nelle spire dell’idolo contemporaneo per eccellenza chiamato web…
Il computer è quotidianamente acceso nelle camere degli adolescenti, ma non serve per effettuare ricerche scolastiche... Attraverso lo schermo i giovani cercano soltanto divertimento fine a se stesso.
La ricerca dei Pediatri porta alla ribalta tutte queste problematiche: su un campione di 1.200 pre-adolescenti, attenzione, studenti delle scuole medie inferiori, quindi di età compresa tra i 12 e i 14 anni, i fumatori sono il 30,2% (il 6,6% in più rispetto al 2007), l’uso di cannabis è pari al 41.7% (il 6,8% in più rispetto al 2007), bere alcol tocca il valore del 40,5% (il 2% in più rispetto al 2007)!
Il dramma del mondo giovanile si sta dunque consumando sotto lo sguardo spesso distaccato ed indifferente di moltissimi adulti, che hanno ormai delegato ogni funzione educativa ai meccanismi compensativi della società dei consumi…
Roberto Rossolini

Ora il nuovo bullo agisce sul web!
I ragazzi che usano internet sono spesso colpiti da minacce e bullismo on line. Sembra eccessivo, ma è così. Si chiama “bullismo tecnologico” e tutte le recenti ricerche rilevano che il fenomeno è in ascesa. Il bullismo, dunque, allarga il suo campo d’azione, passando dalla vita reale alla dimensione virtuale! Oltre ai casi eclatanti dei filmati resi pubblici su YouTube o diffusi attraverso i telefonini, la voglia di colpire altre persone attraverso la rete si sta diffondendo sempre di più fra i giovani. E’ una sorta di “cyberbullismo”, che mette alla gogna pubblica, all'interno di un gruppo, il povero malcapitato di turno. Oggi, per vendicarsi nei confronti della ragazza che rompe un rapporto o che "non cede..." c'è un’arma letale aperta a tutti: il web. Ecco dunque il nuovo volto dei “cyberbulli” del nuovo millennio. Le vittime più colpite sono le ragazze, ma l’arena principale dove si svolge la mattanza di teenager non risparmia nessuno: i siti di social networking, cioè quella specie di comunità virtuali delle quali occorre far parte per essere “qualcuno”… In questo modo il bullo di turno agisce screditando ed escludendo “tecnologicamente” la vittima dal gruppo on line. Il bullismo tecnologico è inoltre garantito dall’anonimato e questo dà ai giovani la sensazione di restare comunque impuniti, contando spesso sulla remissività delle vittime. Insomma il bullo pubblica comunemente su internet o invia a terze persone messaggi personali, vere e proprie minacce o note denigratorie che mettono alla pubblica berlina la vittima prescelta.
Le ricerche sono preoccupanti e, pur riguardando i paesi anglosassoni, non consentono di considerare il nostro paese immune da questa variante del bullismo tradizionale, anche se quando parliamo del fenomeno rischiamo di lasciare il mondo adulto nello sbigottimento e, spesso, nell'incredulità…
Siamo dunque certi che il pericolo corre sulla chat, ormai in tutti i sensi.
Che fare allora?
Deve farsi strada la consapevolezza che i nostri giovani sono esposti ad una miriade di rischi tecnologici: dall’adescamento pedofilo e sessuale, fino al “cyberbullismo”, che si esplica in mille modi, spesso attraverso la strategia facile e immediata dell’emarginazione e dell’esclusione dal gruppo dei “social networkers…”, senza più licenza di “chattare”…
Roberto Rossolini

Il fenomeno del bullismo sta presentando il conto ad un mondo adulto che minimizza il proprio ruolo educativo...
In questi ultimi tempi l’attenzione rispetto al fenomeno del bullismo si è moltiplicata. Da più parti si cerca di correre ai ripari con l’adozione di svariate iniziative e strategie, soprattutto in ambito scolastico. Ma cosa avviene quando il fenomeno esplode? In sostanza si verifica uno squilibrio nei rapporti di reciprocità e di negoziazione tra pari, una sperequazione nello sviluppo armonico dell’identità individuale e sociale. In questi contesti si sperimenta l’assenza di equilibrio fra la partecipazione responsabile al bene comune e l’autonomia dei giovani, fra il desiderio di costruire intense relazioni sociali e le capacità di integrazione e di interazione con l’ambiente. Spesso le prepotenze fisiche, psicologiche o verbali sono caratterizzate dalla tendenza all’omertà da parte delle vittime, dalla continuità nel tempo e dall’abitudine a vivere come “normali” comportamenti di violenza cosiddetta “leggera”. In presenza di intenzionalità, persistenza e dinamica relazionale asimmetrica, c’è bullismo. Generalmente concorre una serie di fattori. Il bullo agisce in un contesto in cui gli altri assistono o partecipano in modo più o meno diretto; alla base di tutto c’è “il concetto di differenza”, perché qualsiasi condizione di debolezza o di diversità rispetto a ciò che viene considerato “normale” espone al rischio di diventare vittima; non vi è dubbio che il bullismo è, nel contempo, espressione di disagio e fonte di disagio, in una routine negativa che si autoalimenta; spesso il bullo è la manifestazione di un malessere profondo e antico, che scaturisce da famiglie fragili, problematiche e inadeguate al ruolo educativo, in cui si è smarrita la consapevolezza di dover offrire se stessi come esempio nei confronti dei figli; il bullo cerca visibilità rispetto al gruppo dei pari e ambisce alla conquista di vantaggi e privilegi riconosciuti; alla base di tutto c’è una disfunzionalità nelle dinamiche relazionali e nello sviluppo della personalità.
Dunque che fare?
Cosa rispondere alle preoccupazioni di chi si trova a convivere con questa scomoda realtà?
E’ comprensibile che gli interventi devono essere volti, non solo al contenimento del fenomeno, ma anche alla prevenzione, nel senso che occorre coinvolgere tutti gli attori interessati al problema: il bullo, la vittima, il gruppo dei pari, i genitori, i docenti, il dirigente scolastico ed ogni adulto che in qualche modo viene a contatto con queste manifestazioni. L’approccio deve essere di tipo “ecologico”, in quanto volto al benessere generale e al miglioramento dell’ambiente in cui la disfunzionalità relazionale si sviluppa e cresce. I piani di intervento, conosciuti e sperimentati, possono essere di vario tipo e livello (primo target: esclusivamente il bullo e la vittima, per fronteggiare l’emergenza, oppure, secondo target: estensione al gruppo e agli adulti per un’azione di più ampio respiro). In ogni caso queste strategie, pur essendo tutte valide nelle premesse teoriche, negli obiettivi e nell’attuazione, si cimentano nell’impresa titanica di determinare il cambiamento in un quadro di variabili estremamente complesso.
Intanto un “esercito di bulli” sta presentando il conto ad un mondo adulto superficiale ed omissivo, sempre più asservito al culto dei disvalori.
Roberto Rossolini

La tv è cattiva maestra per l'età evolutiva quando alimenta l'incapacità “ (…) di liberarsi dai condizionamenti sempre più amorali a cui è sottoposta questa generazione televisiva (…)”.
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Questo concetto, purtroppo, ritorna spesso nelle discussioni sulla scuola e l’educazione. Il martellamento dei messaggi negativi o distorti provenienti dalla televisione prevarica le prassi educative faticosamente messe in atto dalla famiglia e dalla scuola. Come si può leggere fra le righe della prefazione al mio libro, a firma del Prof. Ripanti, la via multimediale può contare sul carattere accattivante ed allettante del messaggio, che si presenta, già di per sé colorato, gradevole e pronto per essere immediatamente recepito dai destinatari. Quando la televisione è diseducativa gli sforzi diretti in senso contrario difficilmente riescono ad ottenere qualche risultato. Per fortuna dietro i palinsesti non c’è sempre il nulla, ma ci sono seri motivi per preoccuparsi. La tendenza della televisione a veicolare i messaggi diseducativi e i modelli distorti della società contemporanea è molto forte. La “tv pedagogica”, insomma, è definitivamente tramontata, insieme al quadro valoriale che rappresentava l’orizzonte di riferimento della vita associata. La tv può fare molto male all'età evolutiva, perché riesce a determinare l’incapacità “ (…) di liberarsi dai condizionamenti sempre più amorali a cui è sottoposta questa generazione televisiva (…)”.1
Guardo poco la “scatola magica”, ma qualche giorno fa ho colto un esempio concreto di quanto sopra detto. Si tratta di una nota serie televisiva, in onda di pomeriggio, penso molto seguita anche da un pubblico giovane. Il protagonista, nell’impossibilità di usare il suo consueto mezzo di trasporto, accetta un passaggio su un motorino, pur dicendo che non lo si potrebbe fare… I viaggiatori (entrambi senza casco) vengono fermati dalle Forze dell’Ordine. Il protagonista, una volta in caserma (per motivi di fiction), cercando di far leva sulla conoscenza personale, dice al sottufficiale in dovere di multarlo per l’infrazione commessa, che se c’è una cosa che non sopporta proprio è pagare le multe!
Il protagonista ha banalizzato e relativizzato un’infrazione al codice della strada, facendo vedere che non è poi così male darsi da fare per evitare di pagare le multe…
A tutto ciò si aggiunge la leggerezza relativa al ruolo morale rivestito dal personaggio...
Mi piace chiudere con un paio di domande.
Quanti sforzi posti in essere dalla scuola o dalla famiglia per l’interiorizzazione di concetti positivi di educazione civica e di educazione alla legalità sono stati vanificati dalla superficialità di questo messaggio?
Quanti altri esempi potremmo aggiungere alla lista nera delle mancanze della televisione, a danno delle giovani generazioni?
Roberto Rossolini
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1 Marie Winn, La droga televisiva, Armando Editore, 1983, retro di copertina.

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In pieno allarme educazione, il futuro evolutivo dei giovani è affidato a quegli adulti che con speranza, slancio e sacrificio continuano ad impegnarsi nella sfida educativa...
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Di fronte ai fatti sconvolgenti che la cronaca ci mostra pressoché quotidianamente, da più parti si comincia a parlare di emergenza educativa. Forse è utile capire l’origine filosofico-pedagogica del problema. Negli ultimi decenni un vero e proprio immanentismo ha colpito l’attenzione al trascendente e l’agnosticismo ha indebolito i valori metafisici e cristiani, che tradizionalmente hanno rappresentato le basi teoriche della pedagogia e quindi i dettami della pratica educativa. La decadenza della fede in alcuni valori fondamentali, quali il concetto di persona, ha portato ad un diffuso disinteresse per l’educazione morale delle giovani generazioni e, di conseguenza, ad una svalutazione della famiglia e della scuola. In sostanza, si sono smarriti i fini dell’educazione e gran parte del mondo adulto oggi agisce come se educare sia un compito troppo oneroso o una funzione facilmente delegabile non si sa bene a chi o a che cosa… Un intervento di Papa Benedetto XVI, (Avvenire, 02-06-2007, pag. 6), è illuminante in tal senso: “Oggi, in realtà, ogni opera di educazione sembra diventare sempre più ardua e precaria. Si parla perciò di una grande ‘emergenza educativa’, della crescente difficoltà che s’incontra nel trasmettere alle nuove generazioni i valori-base dell’esistenza e di retto comportamento, difficoltà che coinvolge sia la scuola sia la famiglia e si può dire ogni altro organismo che si prefigge scopi educativi. Possiamo aggiungere che si tratta di una emergenza inevitabile: in una società e in una cultura che troppo spesso fanno del relativismo il proprio credo, viene a mancare la luce della verità e si finisce per dubitare della bontà della vita e della validità dei rapporti e degli impegni che la costituiscono”. Difatti una sorta di agnosticismo diffuso relega l’individuo in una dimensione egoistica ed anonima della convivenza, attenta soltanto al privilegio e al successo personale, lontana dal Trascendente ed aridamente priva di ogni aggancio morale e religioso. Purtroppo questa tendenza di origine immanentista-agnostica ha trovato e trova concreta applicazione in figure adulte sostanzialmente omissive dal punto di vista umano ed educativo. E’ chiaro, tuttavia, che le basi teoriche della pedagogia non possono che respingere tali presupposti, affermando una prassi educativa ispirata a valori fondamentali e non a distorsioni e degenerazioni basate sul nulla.
La società attuale, infatti, si presenta sempre più pervasa dal nichilismo.
Ispirarsi al pensiero di Kant è cosa ben diversa. Nella sua Pedagogia il grande filosofo dice che il giovane, per passare dal dominio della sensibilità al controllo razionale, (concetto che assume il profondo significato di libertà razionale, cfr. Roberto Rossolini, Nichilismo. Eterna lotta fra ragione e arbitrio, Ed. L’Orecchio di Van Gogh, 2006, Appendice pag. 141), ha bisogno dell’aiuto costringente dell’adulto, che è necessario per approdare al regno dei fini. Altro che deleghe ed omissioni in nome di una distorsione del concetto di libertà. Lasciati a se stessi o fuorviati dalla superficialità dei comportamenti da parte delle figure parentali, i minori smarriscono facilmente la strada di uno sviluppo armonico ed equilibrato. Non è con l’indifferenza e con il qualunquismo che si educano le giovani generazioni.
Siamo, dunque, in una grande emergenza educativa, ma la piena consapevolezza di questo allarme è ancora dominio di pochi, che credono nella speranza salvifica e che lottano per l’affermazione della ragione, contro le prevaricazioni dell’arbitrio.
Roberto Rossolini

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Dalle politiche del “fanalino di coda” a quelle del “fanale di testa”…
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Ultimamente l’attenzione nei confronti della nostra scuola sembra essersi affievolita. Tuttavia un’analisi seria della situazione è importante, nel tentativo di mettere da parte la solita inconcludente demagogia che da tempo immemorabile circonda queste questioni e le legittime esigenze riformiste. Intanto possiamo dire che soltanto recentemente abbiamo assistito ad un cambiamento di rotta, che ha rimarcato la pericolosa degenerazione del concetto di diritto allo studio, che negli ultimi decenni ha distrutto la qualità scolastica, determinando uno svilente appiattimento verso il basso dei livelli formativi, nel nome di un’ipocrisia dilagante che persegue acriticamente il successo a tutti i costi, in una scuola sempre più votata al “parcheggio ricettivo”, piuttosto che alla formazione delle giovani generazioni. L’istituzione è stata quindi attraversata, nel tempo, da una serie di riforme (controriforme) e normative varie, che, mentre hanno inevitabilmente aumentato incertezze e rodaggi più o meno lunghi, non hanno mai colpito le radici di questa concezione distorta del diritto allo studio e, di conseguenza, le prassi ormai consolidate di svalutazione del merito e di incentivazione del numero. Occorre intervenire in tre direzioni: recupero della missione autentica della scuola pubblica, con la seria ricostruzione dei suoi obiettivi prioritari, che non sono quelli “alberghieri” o di “parcheggio sociale”…; salvaguardia del carattere unitario nazionale dell'azione formativa; attenzione alla ricaduta di ogni provvedimento sugli insegnanti. Anche questo punto è fondamentale e sempre dimenticato. Ogni azione di riforma che non tenga conto dei suoi effetti sulla funzione docente è destinata ad avere corto respiro. Non si possono introdurre novità, sia pure ispirate ad obiettivi validi, tralasciando di prestare attenzione alla loro ricaduta sulla vita scolastica, in termini di maggiori oneri ed impegni potenzialmente capaci di minare il consolidato equilibrio umano e professionale del personale docente. Ciò che occorre, insomma, è la conquista della massima collaborazione degli insegnanti, elemento essenziale per la riuscita, non soltanto formale, di ogni riforma.
Ma per far questo è necessario che chi concepisce i provvedimenti conosca profondamente e dal di dentro la realtà della scuola, affinché vi sia la sensibilità di non determinare nel personale motivati atteggiamenti di chiusura e di autodifesa, anziché di collaborazione e di proficua condivisione.
Parallelamente ai cambiamenti, dunque, si deve percorrere la strada dell’attenzione alle persone, in modo tale che non passi mai nella scuola il sospetto che l’innovazione sia portatrice di svantaggi e di ulteriori balzelli, in qualche modo “punitivi” nei confronti dei docenti. Tutto ciò va di pari passo con la cultura e la consapevolezza dei diritti sindacali e dello stato giuridico, verso il pieno riconoscimento dell’elevata e strategica importanza della funzione docente per i fini dello Stato (cfr. in questo sito, “Quesito di Antonella da Verona”, categoria “Quesiti”).
Insomma, chi governa e riforma la scuola non può non conoscerla.
Sappiamo che, purtroppo, accade sempre il contrario… Infatti, non c’è più tempo per altre priorità che tengano ancora in ombra i problemi dell’istituzione. L’imperativo categorico che vede la scuola pubblica come vera risorsa fondamentale non può essere disatteso ancora per molto.
Il vecchio “fanalino di coda” va “rispolverato” e trasformato in “fanale di testa”, con la consapevolezza che fare questo non è cosa di poco conto, perché significa, in concreto, garantire un futuro migliore ai nostri figli.
Roberto Rossolini

"Narciso" e "Peter Pan" non aiutano a crescere…
La fenomenologia della condizione giovanile degli ultimi decenni è felicemente individuata dalla teoria delle “tre metafore”.
Il mondo giovanile può essere così rappresentato nel tempo:
gli anni ’70 hanno visto una sorta di “prometeismo” ideologico, in qualche modo derivante dalle ceneri del ’68;
gli anni ’80, l’insorgenza di una sorta di “narcisismo”;
attualmente, a partire dagli anni ’90, la comparsa della sindrome di “Peter Pan”.
“La metafora di Prometeo” rappresenta una giovinezza fiera, prorompente, ideologicamente ispirata e "rivoluzionaria", convinta di poter cambiare il mondo.
Questa specie di carica utopica ha lasciato il posto alla debolezza della “sindrome di Narciso”, secondo cui i giovani hanno vissuto un grande cambiamento della loro dimensione sociale e le loro insicurezze emotive si sono ingigantite a dismisura.
Oggi abbiamo davanti a noi tanti “piccoli Narcisi”, innamorati di se stessi e chiusi in una specie di gabbia costituita dalla loro stessa soggettività.
Attualmente il narcisismo giovanile, alimentato da tutte le fonti pubblicitarie e mediatiche di questa società, porta ad un ritardo del passaggio alla condizione adulta e ad un improprio spostamento in avanti della soglia adolescenziale.
Alla “sindrome di Narciso” si è aggiunta poi la “sindrome di Peter Pan”, che oggi riscontriamo fra i giovani, sempre più stretti fra l’abbraccio di "Narciso" e gli inconsistenti voli di "Peter Pan"…
Questo vuoto valoriale ed ideale, unito alla condizione di protratta fragilità ed immaturità, ha conseguenze devastanti sulla realizzazione della persona, con l’insorgenza di problemi d’inserimento nel mondo del lavoro e difficoltà nella conquista dell’autonomia.
In un tale contesto, il cammino per una costruzione equilibrata della personalità diventa impervio e tortuoso. Il mondo giovanile ci appare così costellato di tanti “ibridi”, in parte “Narcisi” e in parte “Peter Pan”, che non vogliono crescere, né guardare fuori dal loro piccolo guscio dorato.
Sono molte le colpe di un mondo adulto omissivo, spesso assente, incapace di fornire validi punti di riferimento ed esempi positivi.
Da questa situazione occorre dunque partire, per cercare di ri-costruire azioni educative capaci di realizzare le condizioni per un corretto sviluppo delle personalità giovanili, a patto che il mondo degli adulti sia in grado di ascoltare il grido di allarme della pedagogia, smettendo di creare, con i suoi mezzi di comunicazione di massa, sempre nuovi "Narcisi", che, di fronte alle difficoltà, s'illudono di poter "spiccare il volo come tanti Peter Pan"...
Roberto Rossolini

Giovani sempre più bravi nell’utilizzo delle nuove tecnologie e sempre meno capaci di dialogare e di socializzare…
“La nuova caverna”, bella prefazione concessami, com’è noto, dal Prof. Ripanti dell’Università di Urbino per la pubblicazione del mio libro, fa riflettere sul "nulla" della televisione.
Direi che si tratta di un ottimo spunto per analizzare il contributo che “un tale spettacolo” può offrire alla sempre maggiore diffusione di personalità fragili e prossime alla devianza.
Gli approcci al problema possono essere due:
il predominio della tv come sintomo dell’alienazione e del vuoto morale della società moderna, oppure la tv come causa di tutti i mali.
Io condivido la teoria della prima scuola di pensiero.
In un contesto in cui la cultura del tempo, tecnologica in modo viscerale, esprime un uomo sempre più “tecnicus”, il predominio della tv e dei vari sistemi multimediali sembra consegnare l’umanità ad un destino ineluttabile di passività e dipendenza.
E’ ciò che mi piace chiamare “sindrome della vita surrogata”, dove alienazione e deriva morale rischiano di portare ad una rinuncia della vita vera, in favore di una nuova esistenza virtuale. Questa sorta di “robinsonismo”, porta a preferire un rassicurante e passivo isolamento da tv o da computer, ai problemi della vita reale. Tutto questo, applicato all’età evolutiva, rischia di compromettere pesantemente lo sviluppo armonico della personalità. L’isolamento prodotto dalla “sindrome della vita surrogata”, oltre a rinforzare atteggiamenti di fuga dalla realtà, depriva l’individuo di preziose occasioni di socializzazione, di dialogo, di interazione col mondo circostante.
Per via del mio lavoro, osservo gli adolescenti chiudersi in questa sorta di dimensione virtuale, apparentemente rassicurante, e sento il bisogno di lanciare l’allarme sulle potenziali conseguenze del diffuso disinteresse della società attuale rispetto a queste problematiche.
Quando vedo accendersi sui fantasmagorici schermi la scritta “In action”, a me sembra di leggere, purtroppo, che siamo in piena “sindrome della vita surrogata”!
Assistere passivamente a questa alienazione o, addirittura, favorire la costruzione di nuove vite da sostituire a quelle reali è un altro pessimo regalo di questa società alle giovani generazioni.
Roberto Rossolini

Sostenere l'autostima e il "burn out" fa meno paura...
Chi, come me, svolge ormai da anni attività professionale in questo campo è abituato a convivere con il fenomeno e a tentare di prevenirlo, nei limiti del possibile.
Con il termine inglese "burn out", derivante da “to burn”, che significa bruciare, indichiamo il fatto che l’operatore sociale, l’educatore, così come individuato, nelle Marche, dalla Legge regionale di settore 13 maggio 2003 n. 9 e Regolamento attuativo 22 dicembre 2004 n. 13, si “brucia”, ovvero, con il tempo soccombe dal punto di vista emotivo, non è più in grado di gestire le sue risorse professionali, è, in una parola, demotivato.
Il fenomeno non va preso alla leggera, perché, purtroppo, le condizioni per la sua insorgenza sono tutte intrinseche al contesto sociale. Il mestiere può essere definito a rischio, perché sollecita fortemente la componente emozionale dell’educatore.
Il “burn out” ha un suo tempo di “incubazione”, mina il sistema nervoso fino al punto in cui il soggetto “si brucia”. Questo stato di esaurimento fisico e mentale è collegato ad una lenta sollecitazione dovuta alle condizioni di lavoro, generalmente riconducibili all’incertezza, allo scarso riconoscimento, all’isolamento dal contesto generale. Non a caso il “turn over” (cioè l’avvicendamento del personale) in questo campo è pressoché endemico. La mia esperienza mi dice che quando un educatore non vede all’orizzonte le soluzioni ai problemi, si dimostra distaccato (nel senso di indifferente) rispetto alle situazioni, concepisce in modo pessimistico il suo ruolo e il servizio in cui opera, è “bruciato”. Il fenomeno colpisce in maniera maggiore, come avviene sempre, le persone più sensibili, particolarmente esposte a questo genere di sollecitazioni.
Cosa si può fare a monte, a livello di coordinamento dei servizi, per prevenire il “burn out”?
Non ci sono ricette miracolose per curare il fenomeno. Ci sono però i punti fermi maturati con l’esperienza. Occorre, innanzitutto, alimentare la motivazione degli educatori, facendoli sentire ascoltati, apprezzati, non isolati. Ci sono due aspetti fondamentali su cui puntare:
la formazione e la supervisione.
Attraverso la formazione si cercherà di aumentare l’autostima degli educatori, stimolandoli a spostare l’accento dalle condizioni lavorative contingenti, agli aspetti ideali e alle soddisfazioni morali del lavoro nel sociale. Mediante la supervisione sarà possibile offrire un supporto e un punto di riferimento sicuro che lenisca la sensazione di “solitudine contro il mondo” degli operatori dei servizi.
In passato ho avuto modo di porre in essere un progetto del genere, che ha dimostrato proprio la fondatezza degli assunti sulla formazione e sulla supervisione, nell’intento di prevenire il “burn out”, migliorando la qualità dei servizi.
Tuttavia, non è questa l'attuale tendenza delle scelte generali.
Come già detto, in risposta alla domanda di Valentina da Milano (categoria "Quesiti"), la funzione assistenziale è oggi prioritaria rispetto a quella progettuale.
Purtroppo la scarsità di fondi spesso prevale su ogni attività di prevenzione.
Roberto Rossolini
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